La contraddizione del Palazzo. Garantista a difesa di se stesso, giustizialista contro la piazza
Proteste di piazza contro il governo
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A fine febbraio il governo ha approvato un decreto-legge in materia di sicurezza pubblica e immigrazione che introduce nuovi reati e amplia i poteri di prevenzione e controllo nelle manifestazioni. E si è trattato solo dell’ultimo provvedimento di una sequenza di pacchetti panpenalisti. È una scelta politica precisa: più penale, più controllo, più deterrenza. Ora, è "anche" per questo che la postura garantista esibita nel passaggio referendario sulla giustizia è suonata debole, quasi artificiale.
Ma il punto non è soltanto la sconfitta. È il cortocircuito che quella sconfitta ha illuminato. Perché non si può chiedere al Paese di leggere come liberale e garantista una battaglia referendaria sulla giustizia, dopo aver costruito per mesi una grammatica politica tutta fondata sull’espansione della risposta penale, soprattutto verso i soggetti più esposti e più indifesi.
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Il garantismo, se è un principio, non può essere selettivo. O vale per tutti, oppure non è garantismo: è convenienza. Vale per chi viene fermato durante una manifestazione e per chi siede in un consiglio di amministrazione, per il giovane di periferia e per il ministro, per chi sbaglia in strada e per chi sbaglia in ufficio. Se invece si è rigorosamente severi con il basso e sofisticatamente garantisti con l’alto, allora il messaggio che passa è devastante: ci sono libertà per alcuni e solo disciplina per altri. E uno Stato di diritto che applica le garanzie a geometria sociale variabile smette di apparire giusto: appare semplicemente schierato.
Il vero garantismo, insomma, è indivisibile. Vale per il ragazzo fermato in una piazza, per il detenuto, per il manifestante, per il migrante, come vale per l’imputato eccellente, per il manager, per il politico, per il colletto bianco. Se invece si è severissimi con i deboli e raffinatamente garantisti con i forti, non si sta difendendo lo Stato di diritto: si sta solo amministrando un doppio standard. Ma la sicurezza senza garanzie scivola nel punitivismo, mentre il garantismo riservato alle élite somiglia troppo a un privilegio travestito da principio.
È qui che governo e maggioranza hanno perso e perdono credibilità. Non perché scelgano la sicurezza o la riforma della giustizia: entrambe sono materie legittime della politica democratica. La perdono perché pretendono di parlare due lingue opposte senza pagarne il prezzo. Giustizialista quando devono mostrare i muscoli, garantista quando, almeno in quello che trasmettono, devono difendere il proprio mondo. Ma la coerenza istituzionale non è un accessorio della propaganda: è la condizione minima per essere creduti. Il garantismo non è una tessera a consumo, da esibire solo quando conviene. Se non è universale, è solo un privilegio con un nome più elegante.
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