Da Hormuz alla Luna: la corsa alle materie prime fra rischio austerity e incubo inflazione
Una nave giapponese nello Stretto di Hormuz. A destra la Luna e la Terra in una foto scattata a bordo della missione spaziale Artemis II
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La missione della premier Giorgia Meloni nel Golfo rientra nell’ampio capitolo della diplomazia delle risorse. Come il piano Mattei, come gli accordi bilaterali che molti Paesi e l’Ue europea stanno celebrando per fermare un mondo instabile. Oggi, al primo posto tra le preoccupazioni, c’è l’energia: il rischio di essere costretti all’austerity da un lato, l’impennata di prezzi e inflazione dall’altro. Mine sotto i conti pubblici di tutti gli Stati, l’Italia in particolare, e sotto le possibilità di sostegno a famiglie e imprese. Dazi e guerre stanno facendo fibrillare le catene di approvvigionamento globali: reti che collegano fornitori, imprese, distributori e clienti finali.
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Sistema nervoso del commercio internazionale, dai gangli fragili. La crisi di Hormuz lo dimostra e rispecchia quanto, in particolare, le forniture all’Europa – dal petrolio ai minerali strategici – siano sensibili alla geopolitica molto più di quanto non sia per l’Asia. Cina in testa. Un quadro fragile che incornicia il nuovo ruolo degli accordi di libero scambio, nazionali ed europei: nati per disinnescare dazi e guerre tariffarie, innervano la diplomazia delle risorse.
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Vanno in questa direzione, per esempio, gli accordi di gennaio con i Paesi del Mercosur – Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay – e con l’India, ma soprattutto quello siglato tra Ue e Australia il 28 marzo a Canberra e in gestazione dal 2018. L’intesa prevede, oltre al ‘classico’ scambio tariffario, un partenariato per la sicurezza e la difesa e l’accesso facilitato per l’Ue alle materie prime. “La partnership – spiega su la voce.info Alessia Amighini, professoressa associata di Politica economica presso l’Università del Piemonte Orientale, in un articolo dedicato proprio alla diplomazia delle risorse – trasforma l’Australia – unico continente in cui sono presenti tutte le 34 materie prime definite strategiche dall’Ue – nel ‘pilastro minerario’ del Vecchio Continente”.
“Il cuore pulsante dell’intesa risiede nell’accesso privilegiato alle materie prime critiche: dal litio al vanadio – si stima che Canberra arriverà a coprire oltre il 20 per cento della fornitura globale per batterie avanzate entro la fine del 2026 – , fino alle terre rare”.
Il collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz
“L’accordo – spiega Amighini – elimina quasi tutti i dazi all’importazione su questi materiali e, soprattutto, impegna l’Australia a non imporre restrizioni all’export verso l’Ue, garantendo una fornitura stabile e “etica” rispetto agli standard ambientali Esg richiesti da Bruxelles”.
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Ovviamente non è tutto rose e fiori: i risicoltori italiani, per esempio, hanno già protestato temendo la concorrenza del riso australiano. Così come ha sollevato proteste del mondo agricolo l’accordo col Mercosur con trattori in piazza da Parigi a Milano. Forza economica e interessi contrapposti formano opinioni pubbliche alle quali i decisori politici, soprattutto nazionali, sono doverosamente sensibili.
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La diplomazia delle risorse, insomma, deve necessariamente fare i conti con il fatto che nessuno vuole rimanere col cerino in mano. Si scrive Terre rare e minerali strategici, ma si legge: automotive, smartphone, transazione digitale e via dicendo. L’Europa si è posta l’obiettivo di ridurre drasticamente entro il 2030 la dipendenza dalla Cina: almeno il 10% del consumo annuo di materie prime strategiche deve essere estratto nell’Ue, il 40% processato entro i confini, il 25% deve provenire da riciclo e non oltre il 65% può provenire da un singolo Paese. Strada tutt’altro che pianeggiante.
A oggi, dati del Consiglio europeo, la Cina fornisce il 100% dell’approvvigionamento Ue di elementi delle terre rare. La Turchia fornisce il 99% dell’approvvigionamento di boro. Il Sud Africa fornisce il 71% del fabbisogno di platino. Terre rare e materie prime strategiche chiamano in causa storia economica, esplorazioni, innovazione tecnologica e sfide spaziali. Sul Vecchio continente i minerali strategici esistono, concentrati nel Grande Nord di Finlandia, Norvegia e Svezia, oltre che nella danese Groenlandia (Trump permettendo).
Ma non solo. In Italia, per esempio, non abbiamo Terre rare, ma ci sono 16 delle materie prime critiche individuate dall’Unione europea: in Sardegna, Toscana, Liguria, Lazio Campania, Calabria e Trentino. Nel Bresciano e nel Bergamasco. Sulle Alpi occidentali. Feldspato, rame, manganese, tungsteno, cobalto, titanio. E altro. L’estrazione e lo sfruttamento minerario di molti di questi elementi è assente o al lumicino da anni: non è consigliata da costi alti, quantità minime e rischi ambientali rilevanti.
L’innovazione tecnologica, però, potrebbe aiutare. Così come l’innovazione nella storia della navigazione – dalla vela triangolare (araba) ai velocissimi Clipper – bordeggiando, bordeggiando, cambiò il commercio internazionale. Come la ricerca di nuove rotte, portò Cristoforo Colombo a tentare di arrivare a est navigando a ovest. Scoprì le Americhe e la storia fece un’altra giravolta.
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Oggi la giravolta si chiama Luna. Non solo per metterci piede, questa volta, ma per impiantarci laboratori e spiccare il balzo su Marte. La competizione tra Usa e Cina è fortissima e non è solo questione di orgoglio. Nella corsa allo spazio la diplomazia delle risorse gioca un ruolo strategico. Lassù, buscar el levante por el ponente, non è un’opzione.
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