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Usa-Iran, piano di pace in 15 punti: dal no al nucleare a Hormuz libero. Teheran: “Negoziamo solo con JD Vance”

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Un bimbo libanese sfollato. Un gatto scruta l’obiettivo, sullo sfondo le macerie di Beirut

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Roma – Il presidente Usa, Donald Trump, canta vittoria e parla di un “grosso regalo” ricevuto dagli iraniani su petrolio e gas. Ma, ammesso che il negoziato parta – indiscrezioni parlano di un possibile vertice già domani, anche se gli Usa restano in attesa di una conferma da parte di Teheran – lo farà con un Medioriente in ebollizione, dove non si smette di bombardare e dove il Libano ha espulso l’ambasciatore iraniano. Un gesto, questo, senza precedenti.

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Alla scadenza dell’ultimatum di 48 ore, il presidente americano ha annunciato un accordo in 15 punti con il quale si potrebbe porre fine alla guerra in Medio Oriente. Channel 12 svela che il piano partirebbe da una tregua di un mese. E a seguire: smantellamento delle capacità nucleari, impegno a non perseguire mai lo sviluppo di armi atomiche, nessun materiale arricchito sul suolo iraniano, Stretto di Hormuz libero e revoca sanzioni per Teheran.

Donald Trump nello Studio Ovale alla Casa Bianca

Ieri, parlando alla Casa Bianca, nell’accennare a “un grande regalo su Hormuz”, il tycoon ha dichiarato: “Abbiamo vinto la guerra. Chi lo nega dice una fakenews”, aggiungendo subito dopo che l’Iran vuole un accordo “disperatamente”. Prima aveva condiviso sul suo social Truth i messaggi pubblicati dal premier pakistano, Shehbaz Sharif, che si dice pronto a sostenere gli sforzi per il dialogo e pronto a ospitare i negoziati. Secondo il Wall Street Journal, però, Washington sta per dispiegare 3.000 soldati della divisione di élite dell’esercito in Medio Oriente a sostegno delle operazioni in Iran. “Stiamo parlando con le persone giuste”, assicura il tycoon. Ma intanto gli attacchi continuano.

Ammesso che l’Iran decida di negoziare, lo farà alle sue condizioni. Di certo, ha già fatto sapere che non intende sedersi al tavolo con Steve Witkoff e Jared Kushner, accusandoli di “tradimento” a causa degli attacchi militari che hanno colpito Teheran poche ore dopo i colloqui tenuti a febbraio. JD Vance, il vicepresidente rimasto in gran parte in silenzio durante il conflitto, “è preferito”, ha detto una fonte del Golfo a proposito degli iraniani. Secondo la stampa americana, Teheran teme che le trattative per mettere fine al conflitto possano essere una trappola e puntare a uccidere Mohammad-Bagher Ghalibaf, il presidente del parlamento iraniano, ma aggiunge anche che gli ayatollah sono pronti ad ascoltare “se c’è un piano sostenibile”.

Sempre secondo il Wall Street Journal, il cambio di rotta di Trump, finché dura, è stato reso possibile da una serie di incontri a porte chiuse fra i ministri degli esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan a Riad, con gli 007 egiziani che sono riusciti poi ad aprire un canale di collegamento con le Guardie della Rivoluzione. Il principe ereditario saudita Mohammad Bin Salman, vorrebbe che la guerra continuasse. La Russia anche, dichiarando che “non ci sono prospettive per la fine del conflitto”. La Cina sollecita Teheran ad avviare i colloqui di pace.

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Se Israele deve fare i conti con gli allarmi che si ripetono e il fatto che un ordigno iraniano di cento chili è riuscito a eludere i suoi sistemi di difesa – sette i feriti, fra cui un neonato in un sobborgo di Tel Aviv, Bnei Brak – in Libano la situazione è critica, con un bilancio di 1.072 morti a causa degli attacchi dell’Idf dall’inizio della guerra. Dal canto suo il governo di Beirut ha espulso l’ambasciatore di Teheran, mentre, poche ore dopo, per la prima volta un missile iraniano ha sorvolato il Paese dei Cedri. Si mette male in Iraq, dove un attacco Usa ha provocato 15 morti.

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