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Quando finisce questa guerra 'improvvisata'? Anche il Pentagono sconfessa Trump, a Netanyahu la durata può fare gioco

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15.03.2026

Guerra in Medio Oriente, un howitzer israeliano spara verso il Libano (Ansa)

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Roma, 15 marzo 2026 – Più che una guerra, un lancio dei dadi. Da giorni si susseguono dichiarazioni da parte di Donald Trump, Benjamin Netanyahu, dei vertici delle Forze di difesa israeliane (IDF) e del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth sulla durata della guerra.

Ma ognuno descrive una situazione del conflitto in contrasto con quella dell’altro e se sono tutti concordi nel dire che Washington e Tel Aviv usciranno vittoriose, sulla durata si naviga nella più totale incertezza.

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Trump il più ottimista

Donald Trump, come sempre, è il più ottimista della situazione. Il tycoon ha ripetuto in più occasioni che la guerra potrebbe concludersi “presto”, sostenendo che gli obiettivi principali sarebbero già stati colpiti e che resterebbe ormai poco da distruggere nell’apparato militare iraniano. Tuttavia, nello stesso periodo, il presidente statunitense ha anche precisato che non esiste un vero limite temporale all’impegno americano e che le operazioni continueranno finché Washington lo riterrà necessario. Una molteplicità di versioni che suscita poca fiducia sia sui mercati sia fra gli alleati storici degli Usa.

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Netanyahu non si sbilancia, punta a una guerra lunga

Tel Aviv fa presto e non si pone il problema della tempistica Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha evitato qualsiasi riferimento a tempi rapidi e ha insistito invece su un obiettivo strategico molto più ambizioso: neutralizzare definitivamente la minaccia iraniana. In questa logica la durata della guerra diventa secondaria rispetto al risultato finale. Fonti del governo israeliano hanno parlato esplicitamente di una campagna “senza limiti di tempo”, e in alcuni ambienti militari è stata evocata persino la possibilità che il processo di indebolimento o destabilizzazione del regime iraniano richieda mesi o addirittura più a lungo. A questo va aggiunto il fatto che Israele in autunno andrà alle urne e che quindi più questa guerra va avanti meglio è per il premier, che in fase elettorale può giocarsi un capitale importante e cercare di fare dimenticare non solo il sette ottobre, ma anche le molte accuse di corruzione che lo riguardano.

L’Idf segue il premier, il Pentagono sconfessa il Capo

Non sorprende che anche le dichiarazioni operative delle Israel Defense Forces seguano questa impostazione. I vertici militari hanno spiegato che la campagna continuerà finché le capacità missilistiche e nucleari dell’Iran non saranno ridotte in modo decisivo. È una formulazione tipica delle operazioni a lungo termine: la guerra finisce quando l’apparato avversario non è più in grado di combattere. E questo giudizio è a completa discrezionalità di chi attacca.

Il segretario della Difesa Usa Pete Hegseth (Ansa)

A sconfessare Trump, comunque, ci pensano anche da Washington. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha dichiarato che gli Stati Uniti “hanno appena iniziato” a combattere e che le operazioni potrebbero intensificarsi. L’affermazione suggerisce uno scenario opposto rispetto alla narrativa della guerra quasi conclusa evocata del presidente.

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Si naviga a vista, manca una strategia condivisa

Le due principali potenze militari al mondo, dunque, sembrano navigare a vista. Un’impressione che, se confermata, rappresenterebbe un grosso problema, per almeno due motivi. Il primo è che probabilmente al momento né la Casa Bianca né Tel Aviv hanno le idee chiare su quello che debba essere l’obiettivo finale, ossia se degradare alcune infrastrutture militari iraniane o se modificare in profondità l’equilibrio di potere a Teheran. Nel primo caso, la guerra dovrebbe essere breve. Nel secondo, si rischia un impantanamento pericoloso.

Un manifesto che raffigura Donald Trump e Benjamin Netanyahu (Ansa)

Il secondo è che non sembra esserci davvero una strategia condivisa. Il rischio è che una guerra presentata come rapida possa trasformarsi in una campagna molto più lunga e complessa di quanto i suoi stessi promotori abbiano lasciato intendere. E dove Trump per primo adesso non saprebbe come uscirne. Una situazione ancora più pericolosa se si considera che, fino a questo momento, le chiamate del presidente agli alleati non hanno ricevuto risposte particolarmente significative. Segno che questa guerra, oltre a piacere poco, lascia anche molti dubbi sulla sua reale efficacia. Per gli Usa rischia di trattarsi si un danno reputazionale difficilmente riparabile.

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