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Guerre in Iran, Ucraina e Gaza, l’ambasciatore Stefanini: “La sponda russa è un pericolo”

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15.03.2026

L’ambasciatore Stefanini «La sponda russa è un pericolo» Il diplomatico avverte: l’aiuto del Cremlino nel Golfo è un rischio per Kiev e l’Europa «Pechino non vuole creare intoppi prima della visita di Trump in Cina a fine mese»

Per approfondire:

Articolo: Habermas, il gigante del pensiero critico: voce dell’Europa unita e dell’impegno pubblicoArticolo: Le notizie di oggi sulla guerra in Iran: attaccata isola di Kharg. Trump: altri Paesi inviino navi per la sicurezza di Hormuz. Teheran: stretto chiuso solo ai nemici e ai loro alleatiArticolo: Trump riesuma una legge della Guerra Fredda per spremere il petrolio della California. Il governatore: “Ordini disperati”

Roma, 15 marzo 2026 –  Le guerre in Ucraina, a Gaza e in Iran, secondo l’ambasciatore Stefano Stefanini, diplomatico di lungo corso e consigliere scientifico dell’Ispi, sono connesse solo a livello indiretto. Ma il raggio di azione dell’amministrazione Trump in Medio Oriente sta avendo come conseguenza il progressivo affievolimento di attenziona all’Ucraina e il ritorno al centro della scena energetica e diplomatica della Russia di Vladimir Putin.

L’ambasciatore Stefano Stefanini

Ambasciatore Stefanini, negli ultimi mesi i conflitti in Ucraina, a Gaza e ora nel Golfo sembrano sempre meno separati. Secondo lei questi teatri stanno iniziando a saldarsi in un’unica crisi internazionale?

“Bisogna tenere distinta soprattutto l’Ucraina dal Medio Oriente, perché si tratta di dinamiche diverse. L’Ucraina è una crisi che dura dal 2014, con una guerra aperta da oltre quattro anni. In Medio Oriente invece la fase attuale si è aperta con il 7 ottobre 2023 e ha riportato in superficie un problema molto più antico, quello dell’Iran, che esiste da oltre quarant’anni. È vero però che all’interno della regione le crisi sono collegate: Gaza, il Libano e Hezbollah, con l’Iran al centro, fanno parte dello stesso sistema di tensioni”.

Alcune decisioni dell’amministrazione Trump, come l’allentamento delle restrizioni sull’export energetico russo, sembrano riportare la Russia al centro del gioco…

“Si tratta di un effetto indiretto. Trump si è trovato di fronte a una crisi petrolifera provocata dalla guerra con l’Iran. Teheran ha messo in difficoltà il flusso di gas e petrolio dal Golfo, riducendo drasticamente il passaggio nello Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. È un fatto enorme di cui non abbiamo ancora percepito pienamente le conseguenze”.

Quali sono state le contromisure americane?

“Trump ha cercato di correre ai ripari con varie iniziative. Finché però il traffico non riprende restano soprattutto annunci. Washington ha inoltre alleggerito alcune pressioni sul mercato energetico, misure legate alla crisi iraniana, che indirettamente favoriscono nettamente la Russia. Tanto da sollevare le proteste europee, a cominciare dalla Germania”.

C’è poi la recente telefonata tra Trump e Putin. Può essere interpretata come un tentativo di coinvolgere Mosca nella gestione della crisi con l’Iran?

“Qui entriamo in una dimensione diversa. Non sappiamo cosa si siano detti, ma la telefonata rientra nella linea politica che Trump ha mantenuto finora verso la Russia, piuttosto accomodante. L’iniziativa diplomatica americana sul conflitto ucraino si è infatti tradotta spesso in una pressione maggiore su Kiev che su Mosca”.

Qual è quindi il rischio?

“Il rischio è che la guerra con l’Iran e la necessità per Trump di uscirne con qualcosa che possa presentare come una vittoria lo spingano a cercare un aiuto russo. In questo caso sarebbe l’Ucraina a pagare il prezzo di questa benevolenza russa. È un rischio anche per l’Europa”.

Nemmeno la Cina si è mossa…

“Cina e Russia di solito si coordinano, ma Pechino ha una sua logica diversa. Non vuole creare problemi con gli Stati Uniti prima della visita di Trump prevista a fine mese. Il tema principale saranno i rapporti Usa-Cina specie economici e i dazi, non l’Iran. Per la Russia il tema centrale resta l’Ucraina; per la Cina il rapporto con Washington. L’Iran, per entrambe, rimane una questione secondaria. Non si strappano le vesti per Teheran ma cercano di trarre I maggiori vantaggi possibili dalla situazione in cui si è cacciato Trump”.

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