Si può chattare con Dio? Come coltivare la spiritualità nell’era dell’algoritmo
La chiesa di Santa Maria presso San Satiro dove si terrà l’incontro
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Professoressa Giaccardi, nell’era di internet, dell’intelligenza artificiale, come cambia il desiderio di spiritualità?
“Non scompare, anzi. In un mondo sempre più organizzato da sistemi tecnici e algoritmi, cresce il bisogno di qualcosa che restituisca senso, profondità, relazione. Internet e l’AI moltiplicano le informazioni, ma non necessariamente producono significato. Per questo molte persone sentono una sorta di vuoto simbolico. La spiritualità oggi riemerge non come ritorno nostalgico al passato, ma come ricerca di ciò che non è riducibile a dato, calcolo o prestazione. Più la vita viene organizzata da sistemi tecnici, più cresce il bisogno di esperienze che rimettano al centro la relazione, il mistero, la gratitudine, la cura”.
E il nostro rapporto con il Divino?
“Anche qui il cambiamento è profondo. Per secoli è stato mediato da istituzioni, tradizioni e comunità religiose. Il rifiuto della dimensione istituzionale per molti è diventato rifiuto della trascendenza. Ma il mondo oggi è tutt’altro che secolarizzato, soprattutto se guardiamo fuori dall’Europa. Nel nostro continente la dimensione religiosa è minoritaria ma anche molto più consapevole. La sfida è capire che la dimensione spirituale (non riducibile peraltro al religioso) non è solo un sentimento interiore, ma una forma di relazione che ci apre agli altri e al mondo. E nel mondo digitalizzato lo spirito è una riserva di libertà”.
Sia in Italia che all’estero sempre più persone si rivolgono ad amici virtuali.
“La tecnologia offre risposte immediate, un interlocutore sempre disponibile, che non giudica e non contraddice. Uno specchio dell’io. Per questo l’esperienza relazionale è impoverita. L’amicizia, l’amore nascono dalle imprevedibilità dell’incontro, dal lasciarsi convocare e anche provocare dall’altro, persino dal rischio di essere feriti o rifiutati. Le relazioni autentiche richiedono la capacità di uscire da sé per trasformarsi grazie all’altro. E non sono perfette, né programmabili. Per i giovani diventa allora fondamentale avere luoghi e contesti, come scuola, associazioni, sport, volontariato, dove incontrarsi davvero. La libertà relazionale si impara con il coraggio di incontrare davvero l’altro”.
La professoressa Chiara Giaccardi
Quale fascia d’età si affida maggiormente all’IA?
“Paradossalmente non sono solo i giovanissimi. Certo, gli adolescenti e i giovani adulti sono i più esposti perchè da nativi digitali vivono gran parte della loro socialità online. Ma anche molti adulti sono affascinati dall’idea di delegare decisioni e scelte a sistemi intelligenti. L’IA promette efficienza, semplificazione, riduce l’incertezza. In una società complessa e stressante questa promessa seduce. Il rischio è quello di abituarsi a non decidere più, lasciando che siano gli algoritmi a orientare preferenze, consumi e persino opinioni”.
Come spiegare che l’IA non ha regole?
“Ai giovani si può dire una cosa semplice: la tecnologia non è neutrale. È sempre progettata da qualcuno, con interessi e obiettivi specifici. Oggi l’IA è sviluppata da grandi aziende e da pochi Stati, e non esiste ancora un accordo globale sulle regole che dovrebbero guidarne l’uso. Per questo è importante sviluppare una consapevolezza critica. I giovani devono capire che la tecnologia è un alleato potente, ma non può sostituire la responsabilità umana. Le decisioni fondamentali su ciò che è giusto o sbagliato non possono essere lasciate agli algoritmi. Spettano sempre alla coscienza e alla comunità umana”.
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