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Il calcio, il dirigente e gli abusi. La storia di Vincenzo Fuoco: “La mia adolescenza infernale”

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23.03.2026

Vincenzo Fuoco, 40 anni, durante uno dei corsi formativi della Figc

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Vincenzo Fuoco, lei oggi ha 40 anni. Quando cominciò il suo incubo era un bambino.

“Avevo 11 anni, vivevo in un paesino della Bergamasca e giocavo a calcio. Venni notato da una società professionistica, il sogno di ogni coetaneo. Andai lì, con tante persone attorno alla squadra, non fu semplice adattarsi in una realtà così diversa. Avrei voluto esternare le mie sensazioni e le difficoltà nel mettermi in mostra ma la cosa non veniva percepita dagli adulti...”.

E arriva qualcuno in soccorso.

“Sì. Questa mia solitudine e il bisogno di trovare qualcuno a cui raccontare, vennero percepiti dalla persona sempre presente negli spogliatoi, un dirigente che aveva 25 anni più di me. Agiva in libertà, stava con noi e accompagnava i ragazzi, lo stesso farà con me a Villa d’Adda. Disse a mia madre che era di strada, voleva essere da sostegno”.

Le intenzioni erano altre.

“Fu l’inizio di un meccanismo di adescamento: si metteva a disposizione, mi faceva sentire speciale e cominciai a vivere in questa relazione stretta, una forma di esclusività. Fu l’inizio del mio isolamento dal mondo”.

Seguirono abusi veri e propri?

“È stata una escalation fatta di piccoli tasselli fino ad arrivare dopo un anno di ammiccamenti al primo approccio diretto, che venne visto da me come una cosa sbagliata. Mi parlò di ingratitudine, dicendo che non era un approccio sessuale ma amichevole, perché lui era quello che mi accompagnava e faceva vari doni, come un telefono. Con attenzioni sempre più morbose”.

E sul campo di gioco?

“Il primo anno la società decise di non tenermi, ma fui chiamato da un altro club professionistico. Continuavo a sognare, ma quella persona riuscì a proporsi come volontario all’altra società, di una provincia diversa. Lo presero e mi ritrovai ancora nella macchina infernale. Lui entrò in famiglia, fece amicizia con i genitori. Per me una fatica e una vergogna. Restai lì per tre anni, anche gli atti e gli abusi erano all’ordine del giorno: lui allungava le mani, poi di più e cercava di coinvolgermi. Oggi lo posso dire, pareva fossi io quello che poteva decidere se fermarsi o proseguire. E di questo mi sono dato la colpa. Mi portava a prostitute per toccare le donne, mi faceva bere alcolici o guidare auto... avevo 14 anni. Un rapporto malsano lontano dagli occhi della famiglia”.

Mai parlato con i genitori?

“Sono certo di aver pensato “adesso metto fine a questa cosa sbagliata”. Ma questo legame era così forte ed esclusivo che mi riempiva come persona. Perché mi arrivava un messaggio positivo, del tipo “sei bravo grazie alla mia presenza“. Per anni mi sono dato la colpa, più complice che vittima”.

Perché non ha deciso prima di raccontare tutto?

“Vergogna e sensi di colpa. La prima volta che tirai fuori i miei fardelli emotivi fu nel 2014, avevo 28 anni. Avviene all’università, col mio amico Francesco. Cominciai ad avere attacchi di panico mentre stava per nascere mia figlia. Dal primo abuso erano passati 16 anni ed erano continuati anche quando sono diventato maggiorenne. Quel dirigente aveva altri ragazzini che salivano nella sua macchina, io temevo che qualcuno potesse vivere quanto accaduto a me”.

Arriviamo al 2018, la denuncia. Cosa la spinse a compiere questo atto di coraggio?

“La necessità di liberarmi dal peso di quel segreto, anche perché il mio matrimonio si stava sfasciando. Fu il momento in cui avvertii la necessità fisica di voler vomitare tutto fuori, e non è semplice quando ormai sei un adulto. Andai dai carabinieri nella città dove il dirigente abitava, il maresciallo all’inizio era scettico. Poi gli dissi nome e società: la stessa di suo figlio. Chiamò il ragazzo, confermò di conoscere quella persona che gli faceva dei doni... A quel punto la mia denuncia venne presa in considerazione ma la Procura disse che i reati ormai erano caduti in prescrizione. E mi chiesi: “Forse quello che ho passato non è così grave”. Vedere che venivo liquidato dalla legge con un foglio mandato per posta in cui si dava ragione a chi aveva fatto quelle azioni...”.

Ha più cercato quell’uomo?

“Per tanto tempo, mi chiedevo se avesse avuto senso reincontrarlo. Il mio primo patentino da allenatore l’ho fatto nel quartiere di Bergamo dove lui abitava. È venuto a mancare lo scorso anno, io ero l’ultimo testimone di questa storia e non potevo prendermela più con nessuno”.

Ora lei lavora per la Figc come tecnico qualificato del Settore Giovanile e Scolastico. Che messaggio vuole lanciare a chi sta vivendo lo stesso inferno?

“Mi occupo della tutela dei minori. Il modo migliore è parlare, segnalare alla Federazione che ha dei canali ufficiali. Dare voce a tutto ciò che si sta provando. Non aspettarsi che gli altri lo capiscano, ma pretendere di essere ascoltati perché è l’unico modo per poter smettere di colpevolizzarsi e avere vergogna”.

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