Gli 80 anni di Ariedo Braida: “La mia età mi suona male ma ancora oggi non mi pongo limiti”
Ariedo Braida (Alive)
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SeguiciMilano – Ottant'anni di racconti pieni di emozioni. Ariedo Braida taglia oggi un traguardo importante e quando risponde al telefono sembra che solo pronunciare quella cifra tonda possa turbarlo. Un batticuore. Poi appena gli nomini il Milan si accende, apre lo scrigno dei ricordi e riavvolge il nastro della memoria. Sono parole, lo illuminano, lo capisci dal tono della voce. Per lui il Milan vuol dire 30 anni di vita, Con un pizzico di nostalgia ma con la felicità di chi sa di aver vissuto, da dirigente rossonero e non solo, qualcosa di unico.
Direttore, intanto ci dica come festeggerà oggi un compleanno molto speciale...
"Con qualche acciacco, a pensarci mi viene da ridere. Ma quello che desidero fare è stare con i miei figli e mia moglie. Vede, sono cresciuto nella campagna friulana in una famiglia dove il lavoro era un valore fondamentale. Quando si arriva alla mia età c'è ogni attimo della vita che val la pena di essere vissuto, senza limiti. E io continuo a guardare avanti senza pormi alcun limite. Poi certo, qualcuno può dire "ma è un vecchio...", io stesso vedo la mia età e mi suona male. Però intanto mi godo la mia meravigliosa famiglia, perché se uno pensa troppo al passato significa che la sua esistenza sta scivolando via e invece ho ancora tanta energia dentro".
Che rapporto ha con Giordano e Augusto, i suoi figli di 19 e 16 anni?
"Bellissimo. Uno vive a Barcellona, l'altro studia a Milano, ho sempre cercato di dar loro una giusta educazione col comportamento. Ho avuto due figli da adulto. ho trovato una donna meravigliosa poco più di vent'anni fa, loro tre sono la mia felicità. Sa, quando si hanno figli ad una certa età li apprezzi molto di piu. E poi sono tifosissimi del Milan, sono un papà super fortunato".
Ci arriviamo. Ma a proposito di calcio, lei è sempre iperattivo, come vicepresidente e superconsulente del Ravenna…
"Guardi, mi ha chiamato mentre sono qui in hotel in attesa del presidente. Come sempre sono arrivato in anticipo: ma dobbiamo programmare il futuro, abbiamo i playoff e ci presentiamo da terzi in classifica. Poi si penserà al futuro. La speranza è quella di riportare il club fra i professionisti, sarebbe fantastico".
Come è nato il suo grande amore per il calcio?
«Anno 1958, ero al bar del paese a vedermi in tv la finale dei Mondiali fra Svezia-Brasile. Rimasi folgorato e cominciai a inseguire un sogno: volevo giocare a pallone».
L'ha raggiunto in fretta...
«Vero, Nel 1962 un osservatore mi segnalò per un provino al Milan. Lo svolsi nello stadio della Pro Sesto, fu Nils Liedholm a selezionarmi. Ma il presidente della mia società di allora mi consigliò di firmare per l’Udinese».
Comunque fu il primo passo per la carriera da calciatore. Ma anche per importanti conoscenze...
«Nel 1969 giocavo a Varese, facevo l'attaccante. Dietro la porta c’era un bambino molto appassionato di calcio che raccoglieva tutti i palloni, si chiamava Giuseppe Marotta e aveva solo 12 anni. Io ero più grande e lo guardavo con grande affetto».
Nel tempo siete diventati grandi amici...
«Abbiamo un rapporto bellissimo e non solo perché i nostri destini professionali si sono incrociati. Sono stato suo testimone di nozze, abbiamo condiviso tanti momenti felici. I risultati e la carriera parlano per lui, con umiltà e passione ha ottenuto successi strameritati».
Adriano Galliani
Da un amico ad un altro: Adriano Galliani.
«Da quando l'ho conosciuto a Monza la mia vita è cambiata, perché mi ha preso sotto la sua 'tutela': ero ancora un centravanti e riuscì a farmi diventare un dirigente. Fui io a dargli il soprannome di "boss" e sarò sempre grato a lui e al presidente Silvio Berlusconi perché mi hanno dato l’opportunità di far parte di un club che per anni è stato il numero uno al mondo».
In 30 anni di Milan ha concluso numerose operazioni di mercato e scovato grandi campioni. Il colpo più importante?
"Non uno solo ma due. Sono più affezionato a Shevchenko, vero, ma Van Basten fu una vera scoperta”.
Ci spieghi meglio…
"L'ucraino non era un calciatore sconosciuto, aveva già fatto molto bene alla Dinamo Kiev, ma noi in quel momento storico non potevamo sbagliare. Prendere il centravanti giusto era una grossa responsabilità. Ogni volta che andavo a seguirlo faceva delle cose impressionanti. Poi lo vide anche Galliani, ma Sheva sbagliò la partita… per fortuna Adriano si fidò di me. Io ad Andriy avevo detto: 'Vieni al Milan e vincerai il Pallone d’Oro'. E infatti…”
Van Basten invece?
"Un'altra operazione che sento ‘mia’. Lo avevo visto ad Amsterdam e mi aveva colpito perché faceva solo giocate decisive. Ha presente quando vede una bella donna e scatta qualcosa dentro? Ecco, successe questa cosa, un colpo di fulmine”.
Marco Van Basten
La trattativa di cui va più fiero?
«Quella riguardante Ancelotti, perché all’inizio sembrava tutta in salita».
E ce l'ha almeno un rimpianto?
«Certo. Con Galliani ero andato a Genova per l’acquisto di Luca Vialli. Sembrava tutto fatto poi ci dissero che preferiva restare alla Sampdoria perché a Milano non c’era il mare».
E la delusione più grande?
«La finale persa a Istanbul. Poi arrivò la separazione nel 2013, ma quella era normale che prima o poi potesse accadere. Lasciai comunque orgoglioso di aver contribuito a scrivere la storia del club, perché lì ho costruito la mia cultura da Milan in un contesto magico e irripetibile»
Veniamo all'attualità, ai rossoneri di oggi…
"Quello che ho in testa io era il Milan di Berlusconi e Galliani, dei campioni. E poi c'erano i Gattuso, gli Ambrosini e i Simone, perché per essere da Milan devi starci tanti anni e tu devi dimostrare di essere bravo. Oggi vedo una squadra perennemente alla ricerca di un’identità precisa ma che ancora non è stata trovata. Vince grandi partite come derby e poi cade davanti al primo ostacolo. Quando Berlusconi iniziò il suo viaggio con noi ci disse: "Dobbiamo diventare la squadra piu forte del mondo al di là di invidie, ingiustizie e sfortuna”.
Rafael Leao
A proposito di gente da Milan: Leao lo è?
"Mia madre mi ha insegnato: "Fai bene il tuo lavoro e non parlare degli altri". Vero, quando vivi all'interno conosci meglio le cose, fuori hai solo impressioni. Rafa ha un temperamento diverso, vedendolo giocare mi sembra metereopatico, dipende dalla luna che ha. Un ragazzo che ha delle qualità ma anche dei difetti. Però le potenzialità ci sono".
La Cremonese, altra sua grande ex, si salva?
"Glielo auguro di cuore, è un ambiente eccezionale e ha un presidente straordinario come il Cavalier Arvedi. Se lo merita, come la città".
E il nostro calcio malandato dopo il terzo mondiale mancato da dove deve ripartire?
"Ora nessuno ha la bacchetta magica. Bisogna costruire un progetto, fare i centri federali e allestire una scuola permanente di istruttori. Soprattutto ripartire dalla tecnica calcistica che è fondamentale: i calciatori per giocare bene devono saper stoppare il pallone. Ci vorrebbe una commissione di esperti, di saggi che studiano e possa tracciare un progetto per far uscire l'italia da questa situazione. Un tavolo con Maldini, Del Piero e tanti altri".
Se a 80 anni avesse la possibilità di fare il ds in un top club, oggi che squadra sceglierebbe?
"Non ho dubbi: solo e sempre il Milan. La mia passione, un club che rappresenta la mia vita. Quell'abbraccio con Galliani dopo Perugia nel 1999 resterà immortalato nella storia".
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