Delitto di Garlasco, parla il giudice che assolse Stasi: “Indagine a senso unico, c’erano altri”
Chiara Poggi fu assassinata a ventisei anni il 13 agosto 2007 a Garlasco nella villetta di famiglia di via Pascoli Fu colpita con un corpo contundente alla testa ma l’arma non fu mai ritrovata
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È il magistrato che come giudice dell’udienza preliminare di Vigevano ha pronunciato la prima assoluzione di Alberto Stasi dall’accusa di omicidio della fidanzata Chiara Poggi. Stefano Vitelli (oggi al Tribunale del riesame di Torino) si racconta in un libro, ’Il ragionevole dubbio di Garlasco’, scritto con il giornalista Giuseppe Legato, edito da Piemme.
Dottor Vitelli, cosa l’ha indotta a scrivere questo libro?
«Con la nuova inchiesta di Pavia in tanti mi hanno chiesto di tornare a quella sentenza. Un’intervista un po’ più lunga di altre ha suscitato un certo interesse. Di lì è nata l’idea del libro. C’è l’aspetto giudiziario, ovviamente, ma anche il lato umano: un uomo che fa il mestiere di giudice che si trova a sbrogliare questo rompicapo processuale fino alla decisione di assolvere Alberto Stasi. Un uomo che da solo parla con se stesso e con le persone a cui vuole bene e che gli vogliono bene: mia madre, assolutamente, l’amico del libro dalla ‘grande intelligenza emotiva’ a cui faccio ascoltare la famosa chiamata di Stasi al 118».
Chiara Poggi non avrebbe mai aperto la porta dell’abitazione a una persona che non conosceva bene. E il 13 agosto del 2007 chi altro c’era, a Garlasco, se non il fidanzato? Un argomento che nel libro lei definisce «debole».
«Chiara non poteva aprire solo al fidanzato Alberto. È una ricostruzione suggestiva, fondata sulle probabilità, su quello che è facilmente immaginabile. Ma non è così. A Garlasco c’erano altre persone che conoscevano Chiara. Che a Garlasco non ci fosse solo Stasi è emerso dalle indagini. Non fermiamoci alle ipotesi più facili da pensare, da immaginare. L’ipotesi del fidanzato era l’ipotesi più facile, ma non esclusiva».
Più avanti scrive che «la convinzione dell’assenza di ragionevoli ipotesi alternative dovrebbe fondarsi su una completezza investigativa massima». Quindi ritiene che all’epoca non venne compiuto il massimo sforzo investigativo?
«Siamo uomini. L’investigatore non è onnisciente. È fisiologico che non possa arrivare a coprire tutto. Questo dal punto di vista naturale, fisiologico. Dal punto di vista patologico nel caso di Garlasco ci sono state carenze istruttorie iniziali che probabilmente hanno inciso sull’attività investigativa, che si è concentrata soprattutto su Stasi. L’alibi di Stasi, legato al suo lavoro al computer quella mattina, è stato scoperto dopo un anno e mezzo. Se fosse stato scoperto subito, forse Stasi sarebbe rimasto tra gli indagati ma non sarebbe stato il solo. Ci sono problemi oggettivi di compatibilità temporale fra l’omicidio e Stasi. Ci sono problemi di soggettività. È pensabile che una persona che non è un serial killer, dopo un simile delitto, recuperi la concentrazione mentale e si dedichi ad affinare la tesi di laurea».
Quale dei «ragionevoli dubbi» all’epoca la persuase, su tutti, dell’innocenza di Stasi?
«Un dubbio molto forte sul dispenser del sapone liquido nel bagno di casa Poggi. È veroche l’assassino è entrato nel bagno, che ha sostato davanti al lavandino. Però è altrettanto vero che nel lavandino non c’era sangue, non ce n’era neppure nello scarico. Il lavandino era sporco com’era normale che fosse, ma non c’era sangue. La sera prima Stasi ha mangiato la pizza con Chiara. Ha lavorato alla tesi. È ragionevole credere che la sua impronta sul dispenser sia stata lasciata quando ha lavato le mani, sporche non di sangue ma di pomodoro».
Sussistono tutti i suoi «ragionevoli dubbi» di allora?
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