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Dario Fo, il grande maestro. Parola di Massimo Navone: “Riusciva a stimolare ogni allievo. Insegnò come cambiare la realtà”

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30.03.2026

Dario Fo e Massimo Navone durante una presentazione al Piccolo Teatro

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Milano, 29 marzo 2026 – Argomento del corso: giullarate e affabulazioni. Mica male. Figurarsi poi se l’insegnante è un certo Dario Fo. Che per un paio di stagioni in Paolo Grassi si divertì parecchio a trasmettere il proprio teatro ai ragazzi. E a portarli sul palco. Da Avignone al Piccolo. Merito di Massimo Navone, all’epoca direttore della Civica (2011/2015). Lunga e ramificata la collaborazione fra il regista ligure e il premio Nobel. Come lunghe furono le passeggiate dei due ogni mattina verso l’accademia. Chiacchiere in libertà. Prima di firmare insieme “Storia di Qu“, presentato allo Studio nel palinsesto di Expo.

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Navone, ma cosa vi raccontavate camminando verso il lavoro?

“Di tutto, era un piacere quotidiano che mi ritagliavo in un periodo bellissimo. Dario abitava in corso di Porta Romana, quindi non così distante da scuola. Ma ce la vivevamo con calma. E lui aveva piacere che passassi a prenderlo la mattina per andare in Paolo Grassi”.

Dove all’epoca insegnava.

“Era stata una cosa inaspettata. L’avevamo chiamato per festeggiare i 60 anni della scuola e lui si trasformò nell’animatore della serata. Era entusiasta, continuava a ripetere che doveva venire lì ad insegnare. Due giorni dopo glielo ricordai con una telefonata, cominciando così un’avventura incredibile. Perché il suo impegno fu talmente intenso, da trasformarsi in un vero e proprio progetto con lezioni settimanali, mentre con due classi di fine triennio lavorammo sull’affabulazione”.

Come accolsero l’esperienza i ragazzi?

“Benissimo. Capirono immediatamente il valore del percorso e di come si stesse parlando di qualcosa nel loro dna, una modalità di narrazione che si riaggancia alla tradizione e alla commedia dell’arte. Dario stimolava ogni allievo a ripescare le tracce dialettali della propria memoria familiare. Un tornare alle radici finalizzato a reinventare le sue stesse affabulazioni, che portammo poi fino ad Avignone con ottimi risultati. Fu molto felice dei commenti sul progetto che gli fecero i suoi amici francesi”.

Vincenti e Fo hanno lavorato a stretto contatto

Che tipo di insegnante era?

“Se una cosa non funzionava non te la lasciava passare, ma sempre con atteggiamento propositivo. Inoltre era apertissimo a contaminare qualsiasi cosa con la contemporaneità. Sapeva bene che il vero problema è l’atteggiamento museale, non solo con i suoi testi”.

Ma lei quando lo conobbe per la prima volta?

“Da ragazzo, al liceo, mi ero trasferito ad abitare a pochi metri dalla Palazzina Liberty. Entravo e uscivo seguendo le prove, vidi perfino nascere “Storia di una tigre“, una fortuna incredibile”.

Si riusciva a distinguere l’uomo dall’artista?

“No, impossibile. Il palco era la sua vita. Nell’ultimo periodo era emerso questo desiderio pedagogico insieme a un vivere meno frenetico e girovago, credo anche per la malattia di Franca. In Palazzina Liberty invece me lo ricordo incontenibile, istrionico. Forse meno disponibile e più febbrile”.

Come nacque “Storia di Qu“?

“Era un testo che aveva nel cassetto, ci teneva tantissimo. Un canovaccione con non so quanti personaggi e un centinaio di tavole da lui disegnate per le scene e i costumi. Ci chiese di lavorare insieme ad altre scuole, a partire dall’Accademia di Brera che aveva frequentato. E così coinvolgendo gli allievi fu possibile portarlo in scena, grazie al sostegno del Piccolo. Un successo incredibile. Con la sensazione di avere gettato un seme”.

Di uscire dall’eterno presente del teatro?

“Sì, perché lavorando su un’arte che svanisce, diviene fondamentale ciò che si imprime nei corpi, nei ricordi. In quello che riesci a far germogliare col tempo. Però mi dispiace di una cosa: Dario in Italia è poco rappresentato rispetto all’estero”.

Come mai secondo lei?

“Ci sono ragioni diverse. Ma credo che qui i suoi testi siano fortemente legati alla sua figura. Ti aspetti sempre che possa comparire in scena, rischi la brutta copia. Mentre ad esempio in Scandinavia dove è rappresentato tantissimo, è semplicemente un classico tradotto, lo fai e basta”.

Lo scoprimento della targa dedicata a Dario Fo e Franca Rame in Corso di Porta Romana 132

E dal punto di vista politico?

“C’è sempre stata una parte che gli dava addosso, fin da quando fu espulso dalla Rai. Poi lui si esponeva molto, anche nell’ultimo periodo con i 5 Stelle. Credo possa essere ancora una delle ragioni per cui non è così frequentato”.

Ma lui come aveva vissuto il Nobel?

“Pensa che non mi ha mai fatto accenno a questa cosa. E a scuola il suo atteggiamento era quello dell’ultimo arrivato. Io ho trovato meraviglioso questo riconoscimento letterario per il teatro. Poco tempo fa ne parlavo con Ambra Angiolini, che era in macchina con lui per una trasmissione tv quando gli comunicarono del Nobel. Lo ricorda anche lei con grande tenerezza e tantissima riconoscenza”.

La sua lezione?

“Il teatro come strumento di trasformazione della realtà. Questo era il suo impegno, di scuola brechtiana, per altro sempre trasversale, comprensibile a tutti. Qualcosa da cui un artista oggi non si può esimere”.

Che traccia ha lasciato invece nel suo di teatro?

“Ho avuto grandissimi maestri: Castri, Ronconi, Ariane Mnouchkine. Ma da lui ho assorbito questa visione del palcoscenico come veicolo di valori trasformativi e aggregativi. Che poi è anche quello che ti permette di continuare a crederci”.

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