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Il poliziotto e lo sparo fatale al pusher di Rogoredo: 23 minuti di buco prima di chiamare i soccorsi

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19.02.2026

Il punto del boschetto dove il poliziotto ha sparato a Abhderraim Mansouri (nel riquadro)

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Milano, 19 febbraio 2026 – Ventitré minuti tra lo sparo che ucciderà il 28enne Abderrahim Mansouri e la chiamata ai soccorsi. Un agente che si sarebbe allontanato dalla scena del delitto, per poi ricomparire solo in un secondo momento.

Il mistero della pistola-giocattolo

E il mistero della pistola-giocattolo, con tre domande che getterebbero un’ombra sulla linearità dell’indagine: è vero che Mansouri l’aveva con sé quando è stato ucciso dall’unico colpo esploso dall’arma d’ordinanza dell’assistente capo Carmelo Cinturrino? O non ce l’ha mai avuta, come sostengono i legali della sua famiglia, e di conseguenza non avrebbe mai potuto puntarla? E, ancora, perché non sono state trovate tracce nell’arma giocattolo che avrebbe dovuto impugnare Mansouri, stando alle ricostruzioni fornite? Interrogativi che se ne portano dietro un altro, il più inquietante: se il 28enne non aveva l’arma con sé, qualcuno l’ha messa lì dopo?

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Contraddizioni nei racconti

Domande alimentate dalle contraddizioni emerse nei racconti di chi era presente. Incongruenze, in parte amplificate dai primi esiti delle indagini, che hanno portato la Procura, due giorni fa, a iscrivere nel registro degli indagati quattro dei cinque colleghi che erano con Cinturrino in via Impastato nel tardo pomeriggio del 26 gennaio, e che oggi saranno interrogati da indagati dopo essere già stati sentiti come persone informate dei fatti.

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Quei 23 minuti tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi

Stando a quanto emerso finora dagli accertamenti investigativi coordinati dal pm Giovanni Tarzia, ci sono elementi concreti e riscontrabili per datare con precisione il momento dello sparo. E lo stesso vale per il minuto in cui sono stati chiamati i soccorsi. In mezzo ci passano circa 23 minuti in cui Mansouri è rimasto a terra agonizzante, un range temporale che fa pensare a una richiesta di soccorsi tutt’altro tempestiva, per usare un eufemismo.

Nell’interrogatorio, Cinturrino avrebbe dichiarato di aver contattato la centrale operativa e che gli sarebbe stato detto di chiamare il 118. Una procedura quantomeno anomala, perché di prassi sono gli agenti in servizio in centrale a contattare gli operatori sanitari e poi, nel caso, a chiedere ai colleghi sul posto di comunicare direttamente con il personale dell’ambulanza per dare aggiornamenti in tempo reale sulle condizioni dei feriti.

Uno degli agenti ora indagati per omissione di soccorso e favoreggiamento, poi, si sarebbe allontanato incomprensibilmente da via Impastato, tornando solo in un secondo momento: dov’è andato? E ancora: quel pomeriggio ci sarebbero state anche altre persone sulla scena. Persone che evidentemente non sono state identificate dai poliziotti perché le loro versioni sarebbero state messe a verbale.

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E infine c’è un’altra questione da approfondire: i possibili rapporti pregressi tra Cinturrino e Mansouri. L’assistente capo ha spiegato di averlo “riconosciuto perché era una persona nota al commissariato: lo chiamavano Zack”. In realtà, pare che si trattasse di una conoscenza “diretta”.

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© Il Giorno