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Suicida in cella, la sorella di Samuele Bua vince la sua battaglia: Ministero condannato a risarcire

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25.02.2026

Rosalinda Bua con il compagno durante il presidio davanti al Tribunale

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Milano, 25 febbraio 2026 – Rosalinda Bua ricorda l’ultimo incontro con il fratello Samuele, durante un colloquio nel carcere di Palermo dove era detenuto. “Faceva fatica a tenere gli occhi aperti – racconta – ci siamo abbracciati e accarezzati e, quando è arrivato il momento del saluto mi ha detto: “Ro’, devi essere forte“”.

Il 4 novembre 2018, attorno alle 11, Samuele si è tolto la vita in una cella dove non avrebbe dovuto stare: a causa dei suoi problemi psichici era già stato disposto il trasferimento in un’altra struttura, che per problemi burocratici non è mai stato eseguito. Da allora è iniziata la battaglia di Rosalinda, che da 25 anni vive a Melzo, degli altri fratelli e dei genitori, sfociata ora in una sentenza del Tribunale civile di Palermo che, accogliendo il ricorso presentato dall’avvocato Andrea Cantoni, ha condannato il ministero della Giustizia a versare loro un risarcimento di alcune centinaia di migliaia di euro da dividere fra le parti riconoscendo, si legge nella sentenza, “la responsabilità del penitenziario per aver omesso di adottare tutte le opportune cautele atte a salvaguardare l’integrità del detenuto”.

Nonostante i precedenti tentativi di suicidio e i gesti di autolesionismo, il detenuto all’epoca 29enne è stato lasciato "in una cella con indumenti dotati di lacci, che gli servivano per compiere materialmente il gesto estremo”. L’amministrazione, scrive il giudice Cinzia Ferreri, “pur in presenza di rilevanti ragioni di allarme non ha adottato tutte le misure necessarie a scongiurare il suicidio”. Un caso che i familiari avevano sollevato nel 2024, manifestando davanti al Palazzo di giustizia di Milano con altri parenti di detenuti morti, come la madre di Alessandro Gallelli, il 21enne che nel febbraio 2012 è stato trovato cadavere a San Vittore, per denunciare «condizioni indegne di un Paese civile”.

La sentenza del Tribunale civile mette un punto fermo, riconoscendo precise responsabilità.

“Non la consideriamo una vittoria, perché nostro fratello è morto, ma almeno sono stati riconosciuti gli errori e chi ha sbagliato dovrà pagare. Sul fronte penale purtroppo non abbiamo avuto giustizia: due medici all’epoca in servizio al Pagliarelli sono stati assolti dall’accusa di omicidio colposo, e la vicenda si è chiusa così”.

Quale ricordo resta di suo fratello?

“Siamo una famiglia numerosa, e io e Samuele avevamo dieci anni di differenza. Lui è sempre stato un bambino timido, buono e tranquillo, fino a quando sono iniziati i problemi con la droga, che lo ha rovinato. A 22 anni è avvenuto il primo episodio, con allucinazioni e paranoie, e sei mesi dopo ha tentato per la prima volta il suicidio. Era in carcere per maltrattamenti in famiglia, in attesa del processo. Aveva solo bisogno di aiuto, ed è stato abbandonato”.

Un giovane che, per le sue condizioni, non avrebbe dovuto essere in carcere.

“All’inizio non c’era posto in altre strutture, poi abbiamo ottenuto il trasferimento ma incredibilmente non è stato eseguito per motivi burocratici, quando invece le sue condizioni richiedevano un intervento d’urgenza. La nostra famiglia prima di allora non aveva mai avuto a che fare con il sistema delle carceri e abbiamo scoperto un inferno, sconosciuto a chi sta fuori. Ci farebbe piacere continuare a batterci perché la politica si occupi realmente di questi temi e ci sia un cambiamento. Lo dobbiamo a Samuele, e agli altri detenuti morti mentre erano nelle mani dello Stato”.

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