Salvini a Verona: «Incontrerò i governatori. Nuovi vice sono benvenuti al mio fianco»
Matteo Salvini si guarda intorno. Lì dove sembra tutto uguale: l’Alberto da Giussano che svetta sul gazebo adibito a cassa, le bandiere con il leone di San Marco issate un po’ ovunque. Il bandierone con la data del referendum sull’Autonomia.
Simboli di un mondo che lui pretende immutato: «Quello del Nord che continua a trainare il resto del Paese». Come un ritornello che non ha mai smesso di suonare. Ma intorno il mondo è cambiato. Il “suo” mondo è cambiato.
Qui Oppeano, l’ultima festa rimasta in Veneto. «Ma non dite così», il rimprovero bonario di Paolo Borchia, arrivato per fare gli onori di casa. Qui dove i militanti della Lega si ritrovano ininterrottamente da 25 anni, ogni fine d’estate.
La Pontida veneta, la si potrebbe chiamare. Che del raduno sul pratone porta le stigmate: quelle di un partito che faceva dell’ascolto del territorio e dei cittadini la sua forza, ma che sempre più spesso si ritrova a parlare con se stesso.
Domenica 6 settembre, nelle parole di Salvini dal palco c’era tutto il suo repertorio: le pensioni che sono sempre troppo basse, le banche troppo avide, pure i nigeriani che fanno troppi figli e gli italiani che non li fanno – e chissà come sarà tra cent’anni; e in compenso nelle nostre città ci sono i maranza: troppi.
Uno che potrebbe fare........
