Ci vuole Fede
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Sei una campionessa di sci che ha appena vinto tre Coppe del Mondo e tutti ti danno per favorita alle Olimpiadi che si svolgeranno tra quasi un anno nel tuo Paese. Invece, in una gara di fine stagione, cadi e ti rompi la gamba sinistra. Ma non un pezzetto. Te la rompi tutta. Tibia, perone, crociato. «Signora, sua figlia ha praticamente un arto staccato dal corpo», dicono a tua madre mentre ti portano in ospedale. Al risveglio pensi: «Forse passerò il resto della mia vita su una sedia a rotelle». Ma è un attimo, poi ti concentri come sempre sul qui e ora e ripeti a te stessa: «Sono ancora viva». Sei ancora viva, ma viaggi da un’operazione all’altra, zoppichi e provi fitte lancinanti al ginocchio appena tenti di salire un gradino. Ogni gesto banale, come farti la doccia o lavarti i capelli, diventa un’impresa eccezionale, faticosa, dolorosissima.
Un tifoso invasato scrive un Caffè sulla prima pagina del Corriere in cui pronostica che vincerai a Cortina, ma forse manco lo leggi e comunque adesso le Olimpiadi non sono proprio nei tuoi pensieri. Nei tuoi pensieri ci sono le stampelle, senza le quali non riesci nemmeno a muovere un passo. E ci sei tu, una giovane donna che va per i 36 con una gamba interamente da ricostruire: ossa, muscoli, legamenti. Potresti fare la vittima, maledire il destino, arrenderti alle tue ansie e alle tue insicurezze più che legittime: «Tornerò mai a camminare senza provare dolore?»
Invece resisti alla tentazione di lamentarti, anche se ogni tanto, quando sei sola, esplodi in umanissimi attacchi di rabbia. Poi però riprendi subito il controllo: «Non posso essere perfetta» ti dici, «però posso essere nel ritmo». Nel ritmo di quello che ti accade.
L’estate, che di solito consacravi al surf, la passi a Torino, al centro medico della Juventus, dove ti immergi nella fatica e nel ghiaccio, cercando da entrambi sollievo all’angoscia che ti attanaglia, specie di notte. «Ma io non sono solo ossa e muscoli», ti ripeti. «Sono anche cervello e cuore. Devo fregare il tempo e la paura ragionando giorno dopo giorno. E poiché non posso far scomparire il dolore, gli passerò attraverso”» Utilizzi anche l’ipnosi per entrare in trance e allenare il tuo inconscio. Non devi ricostruire solo i legamenti, ma la mente. Renderla più forte, abituarla a restare con gioia nel presente, impedendole di smarrirsi nei rimpianti o nelle aspettative.
La gamba fa male, ma va meglio. Ricominci a camminare, a correre, addirittura a sciare. E un piccolo sogno assurdo comincia a prendere forma dentro di te: partecipare alle Olimpiadi, ma solo per sventolare la bandiera italiana nella cerimonia inaugurale e magari iscriverti a un paio di gare per il puro gusto di poter dire di esserci riuscita. Ci riesci. Sventoli la bandiera issandoti sulle spalle di Mosaner, quello del curling. E in discesa libera scivoli dolente, ma indenne fino al traguardo.
Arrivi al giorno del SuperG senza altra pretesa che quella di non provare dolore. Esci dal cancelletto e ti inclini troppo in una curva, rischiando la fine di Lindsey Vonn. Con un colpo di reni ti rimetti in equilibrio. Non sei perfetta, ma sei nel ritmo. E poi, diciamolo, sugli sci rimani una fuoriclasse e così a un certo punto li lasci andare. Sì, li molli proprio: che facciano loro. Insieme siete una cosa sola, specie adesso che spicchi l’ultimo salto e sotto lo sguardo estatico e incredulo di Mattarella vai a prenderti la medaglia d’oro. Ti applaude anche Sofia Goggia, tua rivale storica e sfortunatissima. Tra qualche ora rivincerà la pattinatrice Lollobrigida, quella con il figlio di tre anni che gli strappa la cuffia durante le interviste. Abbiamo delle donne meravigliose da queste parti e tu, Federica Brignone, oggi le rappresenti tutte.
Federica Brignone dopo il trionfo: «Non mi aspettavo di vincere l'oro. Per me era già un sogno essere alle Olimpiadi»
13 febbraio 2026, 06:54 - modifica il 13 febbraio 2026 | 08:54
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