Maschera Pro-Pal licenziata dalla Scala, la causa di lavoro è un giallo: il giudice vede entrare tre poliziotti, il Questore smentisce
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Maschera Pro-Pal licenziata dalla Scala, la causa di lavoro è un giallo: il giudice vede entrare tre poliziotti, il Questore smentisce
In tre occasioni, mentre si discuteva il caso della 24enne, le udienze sono state interrotte da persone che si sono qualificate come appartenenti alle forze dell'ordine: aperto un fascicolo
Il presidio dei colleghi della maschera davanti al Tribunale
Da una parte ci sono un giudice del lavoro, un magistrato in tirocinio da lui, e tre cancellieri che raccontano l’interessamento in Tribunale di tre poliziotti e poi di un carabiniere alla causa di lavoro della «maschera» licenziata dal Teatro alla Scala per aver il 4 maggio 2025 gridato «Palestina libera!» e aver cercato di srotolare uno striscione mentre nel palco centrale prendeva posto la premier Giorgia Meloni. Dall’altra parte c’è la Questura di Milano, che in una comunicazione ufficiale al Tribunale esclude si sia trattato di poliziotti. E così, di fronte a questa difformità, gli atti vengono inviati alla Procura dal presidente del Tribunale, Fabio Roia, per eventuali valutazioni di competenza su comportamenti «quantomeno impropri» che – ritiene - «obiettivamente si sono posti come potenziali interferenze nel sereno esercizio dell’attività giurisdizionale».
Tre i fotogrammi nelle relazioni prospettate dal giudice del lavoro. Il primo è il 24 settembre 2025. Mentre è in corso la prima udienza, tre poliziotti che si qualificano Digos (due in borghese e uno in divisa) la interrompono per chiedere in ufficio al giudice Antonio Lombardi se quella sia la causa di lavoro della studentessa della Scala, e per mettersi a disposizione nel caso ci fosse bisogno per la presenza fuori dal Tribunale di un gruppo di manifestanti: uno degli agenti in borghese, finita l’udienza, torna nell’ufficio per chiedere al giudice se la ragazza sia stata ascoltata e cosa sia stato deciso, indisponendo (par di capire) il giudice che deve ancora sentenziare.
Secondo fotogramma il 26 novembre 2025: il giorno dell’ultima udienza è invece un carabiniere a bussare al giudice per chiedere nome e numero del fascicolo, a sostare in corridoio durante l’udienza in compagnia di due persone in borghese, e alla fine a entrare di nuovo in stanza dal giudice per domandare l’esito, ricevendo dal magistrato la risposta che è in corso la camera di consiglio.
Terzo fotogramma il 27 novembre 2025: dopo che il giudice dichiara l’illeggittimità del licenziamento della giovane e condanna la Scala a pagarle stipendio, interessi e spese legali, il carabiniere va in cancelleria e dice di essere stato incaricato di fare copia della sentenza, riferendo poi a una persona al telefono che la presidente dei giudici del lavoro, Paola Ghinoy l’aveva subordinata a una richiesta scritta.
Fin qui sembrerebbe più che altro l’incrocio tra un eccesso di zelo dei richiedenti e una ipersensibilità del giudice. Ma a complicare un po’ i termini della questione è che il 19 gennaio 2026 il questore Bruno Megale, interpellato dal Tribunale, comunichi che nessun poliziotto impegnato nei servizi d’ordine nei giorni della causa è mai entrato in Tribunale. Il giudice, a sua volta reinterpellato, ribadisce al presidente del Tribunale il proprio ricordo dei fatti, che afferma siano stati visti (a seconda delle varie fasi) anche da una magistrata in tirocinio, da tre cancellieri, e nella prima udienza da quattro avvocati. A questo punto Roia trasmette i carteggi in Procura. Dove il procuratore aggiunto Paolo Ielo ha affidato al proprio pool un fascicolo a «modello 45-atti non costituenti notizia di reato».lferrarella@corriere.it
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