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Usa, due tragedie non fanno una guerra civile (e la de-escalation è già cominciata)

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27.01.2026

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«È in corso una guerra civile in America?» La domanda, angosciata, mi viene rivolta da molti lettori. Giustamente sgomenti, sbigottiti, indignati per le immagini da Minneapolis. Sono avvenute delle tragedie, almeno due manifestanti hanno perso la vita in modo assurdo mentre contestavano le operazioni dell’Ice, la polizia che si occupa di immigrazione. 

L’America è spaccata. Anche chi ci vive prova sentimenti di orrore, lutto, condanna, sconforto. Ma la guerra civile è un’altra cosa, se le parole hanno ancora un senso. Voglio provare a darvi un contesto, storico e di attualità, per capire la portata esatta di quello che sta accadendo.

Comincio dagli ultimi sviluppi. Barack Obama è uscito dal silenzio e ha unito la sua voce al coro di condanne per l’uccisione di Alex Pretti. L’ex presidente non interviene spesso nel dibattito politico e questo dà il senso della gravità degli eventi. 

Il giornale più autorevole in campo conservatore (ancorché non sempre allineato con Trump, e contrario alle sue politiche dell’immigrazione), che è il Wall Street Journal di Rupert Murdoch, in un editoriale della direzione intitolato “È ora di una pausa per l’Ice a Minneapolis”, esorta tutte le parti coinvolte ad una de-escalation, e rivolge un pressante appello al presidente affinché interrompa gli arresti dell’Ice a Minneapolis, e riveda tutti i metodi usati nelle retate di immigrati illegali. Lo stesso editoriale ha giudizi molto severi sull’azione delle autorità locali (in mano all’opposizione democratica) che soffiano sul fuoco degli scontri. 

In un’intervista allo stesso Wall Street Journal, Trump sembra disponibile ad ammettere colpe delle forze dell’ordine, e allude al fatto che gli agenti dell’Ice non resteranno a Minneapolis a tempo indeterminato. È possibile che una de-escalation sia già cominciata: Trump ha avuto una conversazione telefonica definita «positiva» con il governatore democratico del Minnesota (contrario ai raid dell’Ice). Anche la magistratura, come spesso accade, sta limitando la libertà di manovra della polizia.

Sono giornate tragiche, il dolore per le perdite umane è enorme. Ma non siamo in una guerra civile. Questi termini non si possono usare con leggerezza, invece viviamo in un’epoca segnata dall’inflazione del linguaggio (i social contribuiscono ad amplificare le voci più urlate), l’abuso costante dell’iperbole, dell’esagerazione, dell’anatema, fa perdere il contatto con la realtà. Tanto più se questi termini vengono usati per descrivere una nazione che la guerra civile ce l’ha avuta davvero, combattuta dal 1861 al 1865 per l’abolizione dello schiavismo: si concluse con un bilancio di 620 mila morti e fu valutata a posteriori come una prova generale delle carneficine di massa della prima guerra mondiale.

Questo precedente storico dovrebbe consigliare un po’ di serietà, umiltà e rigore prima di usare etichette e definizioni insensate.
È chiaro che c’è chi ha una gran voglia di accreditare il tema della guerra civile: Hollywood sfornò un film di successo che aveva proprio questo titolo e uscì in mezzo alla campagna elettorale del 2024; un altro film più recente e candidato agli Oscar, “Una battaglia dopo l’altra”, è un’implicita legittimazione della........

© Corriere della Sera