La grande delusione di Putin: neppure Trump lo salva
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Quattro anni di guerra sono di per sé una catastrofe per Putin: un bilancio di perdite umane tremendo anche sul lato russo, un costo economico immane, in cambio di un guadagno territoriale modestissimo. I propagandisti putiniani che in Occidente lo hanno sempre descritto come onnipotente e onnisciente, vivono dentro la sua «bolla» di menzogne, a cui molti russi hanno smesso di credere da tempo. La verità è che Putin ha paura di un accordo di pace – o di una semplice tregua – perché la fine della mobilitazione bellica lo metterebbe di fronte al proprio fallimento geopolitico: ha regalato alla Nato la Svezia e la Finlandia, ha innescato il riarmo di quella Germania che per due volte invase la Russia nel Novecento, ha perso influenti alleati dalla Siria al Venezuela, in cambio di cosa? L’Ucraina rischia di diventare il suo Vietnam o il suo Afghanistan: le due guerre in cui s’impantanarono l’America negli anni Sessanta e l’Unione sovietica negli anni Ottanta, pagandone dei prezzi altissimi anche sul piano strategico, o addirittura accelerando la propria dissoluzione interna nel caso dell’Urss.
La delusione più grande per lui è venuta da Trump. Il vertice in Alaska gli ha dato un contentino sul piano dell’immagine, ma è stato effimero, e i benefici non si sono materializzati. Un’esperta tedesca della Russia, Hanna Notte, direttrice dell’Eurasia Non-Proliferation Program, traccia un bilancio realistico del presunto idillio Trump-Putin che si è rivelato una beffa per lo Zar. Il suo articolo «Putin aveva grandi speranze su Trump. Sono state distrutte» è uscito oggi sul New York Times.
Notte parte da una lettura dell’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Quella scelta, osserva, non fu soltanto un’aggressione territoriale o il frutto di un’illusione strategica maturata nell’isolamento del potere. Fu anche una richiesta di rispetto. Dopo trent’anni di quella che Mosca percepiva come un’espansione occidentale ai suoi danni, Putin avrebbe cercato di colpire il vero responsabile del «contenimento» russo: gli Stati Uniti. Una rapida vittoria in Ucraina, nella sua visione, avrebbe costretto Washington a riconoscere alla Russia un ruolo decisivo nel plasmare il destino dell’Europa. L’idea di fondo era ristabilire una relazione tra pari, in cui quando Putin parlava, l’America fosse costretta ad ascoltare.
Con il ritorno di Trump alla Casa Bianca, questa scommessa sembrò per un momento vicina a realizzarsi. Trump aveva dichiarato di poter porre fine alla guerra in «24 ore», lasciando intendere un possibile disimpegno americano. Anche senza un abbandono formale dell’Ucraina, Mosca poteva sperare di guadagnare tempo mentre avanzava sul campo. In prospettiva, si immaginava una normalizzazione delle relazioni bilaterali e una cooperazione su dossier globali: dall’Artico al Medio Oriente, dal controllo degli armamenti al commercio. L’atteggiamento americano verso la Russia avrebbe finalmente acquisito, nelle aspettative del Cremlino, una dose di «buonsenso».
Secondo Notte, però, un anno dopo queste speranze risultano deluse. L’ammirazione personale di Trump per Putin non si è tradotta in vantaggi concreti per Mosca. La normalizzazione diplomatica è rimasta lettera morta: nessuna ripresa dei voli diretti, nessuna nomina di un nuovo ambasciatore statunitense a Mosca. Nemmeno il vertice celebrato in Alaska l’estate precedente, con il suo tono cordiale, ha prodotto risultati strutturali. Le relazioni restano fragili e incomplete.
Sul piano geopolitico, Trump ha ignorato o ridimensionato le ambizioni russe. Dopo gli attacchi americani contro l’Iran a giugno, il presidente statunitense ha respinto l’offerta di Putin di mediare. In seguito, non lo ha invitato al vertice in Egitto per celebrare il cessate il fuoco a Gaza. Per il Cremlino, si è trattato di un affronto: Putin ha persino dovuto rinviare un proprio incontro con i leader arabi. In Medio Oriente, Trump ha sostanzialmente ignorato la Russia, suggerendo che Mosca dovrebbe prima risolvere la propria guerra.
Anche nelle aree tradizionalmente considerate sfere d’influenza russa, come il Caucaso, Trump ha mostrato scarso riguardo. Si è proposto come mediatore tra Armenia e Azerbaigian, inviando il vicepresidente JD Vance a suggellare un accordo. In Venezuela, la rapida rimozione di Nicolás Maduro – alleato di Mosca – ha dimostrato la capacità americana di colpire un partner russo. Nel Golfo Persico, con la mobilitazione di una «bellissima armada», Trump ha lasciato intendere possibili nuove azioni contro Iran o Cuba, altri alleati del Cremlino.
Sul fronte economico, l’amministrazione americana ha imposto nuove sanzioni contro compagnie petrolifere russe, sequestrato una petroliera battente bandiera russa e fatto pressione sull’India affinché riducesse l’acquisto di greggio russo. Per il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, ciò confermerebbe la volontà di Trump di «dominare l’economia mondiale». Le prospettive di grandi accordi tra imprese americane e russe restano vaghe, delegate a un gruppo di lavoro bilaterale senza risultati tangibili.
Neppure il controllo degli armamenti ha offerto spiragli. Con la scadenza del trattato New START il 5 febbraio, Putin aveva proposto una proroga di un anno dei limiti sulle testate nucleari. Trump non ha risposto formalmente. Ha invece suggerito che un futuro accordo dovrebbe includere la Cina, coerentemente con una strategia che eleva Pechino a interlocutore prioritario. L’idea di un ipotetico «G2» tra Stati Uniti e Cina rafforza l’impressione che la Russia sia stata declassata.
Lo stesso vale per il «Board of Peace» lanciato da Trump per Gaza. Pur invitando Putin, il presidente americano si è auto-nominato presidente permanente, chiarendo che l’iniziativa sarebbe stata guidata da Washington. Per un paese che aspira alla parità strategica, questa impostazione sa di subordinazione. Mosca ha infatti disertato la riunione inaugurale.Notte riconosce che non tutto è negativo per la Russia. Trump e il Cremlino condividono alcune posizioni di principio: ostilità verso l’Unione europea, avversione per la cultura «woke», concezione della politica internazionale come arena dominata dalla forza. La politica estera imprevedibile di Trump ha scosso il rapporto transatlantico e alimentato incertezze globali, creando spazi di manovra per Mosca.
Tuttavia, la guerra in Ucraina resta il vincolo principale. Entrata nel quinto anno, essa continua a drenare risorse russe. Trump, pur oscillando nelle sue dichiarazioni, non ha consegnato l’Ucraina alla Russia. Se imponesse ora un accordo sfavorevole a Kiev, incontrerebbe forti resistenze. Il recente dietrofront sulla minaccia di usare la forza per la Groenlandia suggerisce che, di fronte a un’opposizione decisa, Trump può ritirarsi.
In conclusione, secondo Hanna Notte, Putin non ha ottenuto da Trump ciò che cercava: un riconoscimento di parità e una ristrutturazione dell’ordine europeo a vantaggio russo. La guerra continuerà a gravare su Mosca, mentre gli Stati Uniti proseguiranno nella loro azione destabilizzante dell’ordine globale, guidati non da un concerto tra grandi potenze ma dalla logica «America First». E questo, conclude implicitamente l’autrice, non somiglia affatto al rispetto che Putin inseguiva.
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