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Trump minaccia una nuova guerra commerciale all'Europa. Ma con la prima ha già fallito (e ricordarlo ora può servirci)

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23.12.2025

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Il Rappresentante del Commercio ha dichiarato che gli Usa useranno ogni strumento se la Ue non la smette con «cause legali, tasse, multe e direttive contro i fornitori di servizi statunitensi». Sotto accusa soprattutto le stesse tasse sui servizi digitali. Siamo a «dazi 2, la vendetta»

Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Per iscriversi questo è il link.

Le fine d’anno di solito dovrebbero essere occasioni di un bilancio, non per rilanciare. Stavolta però vale per entrambe perché, nella tensione per la guerra, in Europa sono passate inosservate le ultime minacce di cui ci sta onorando la Casa Bianca. Non sono da poco. Martedì il Rappresentante del Commercio Jamieson Greer ha pubblicato una nota in cui avverte che gli Stati Uniti useranno “ogni strumento a loro disposizione” se l’Unione europea e i suoi governi non la smettono con «cause legali, tasse, multe e direttive discriminatorie e moleste contro i fornitori di servizi statunitensi». Le minacce, vedremo, sono precise e riguardano in pieno anche l’Italia. Tutti i segnali convergono in una direzione: l’aver lasciato partita vinta a Donald Trump in materia di dazi sui beni non lo ha sedato; anzi alimenta la sua aggressività. Dov’è il bilancio allora in tutto questo? Esso è provvisorio, ma c’è: se la passività e l’incertezza dell’Unione europea, è la realtà che si sta incaricando di mostrare a Trump il fallimento della sua politica commerciale; con essa, tradiscono delle crepe la sua intera politica economica e, in prospettiva, il suo sistema di potere. Trump ci appare talmente forte che non ne vediamo bene la debolezza. Ma è da questa che l’Europa deve ripartire nel 2026.

Il grafico qui è stato pubblicato venerdì scorso dall’Università del Michigan, che ogni mese fotografa l’umore dei consumatori americani. In dicembre si sentono peggio che subito dopo il crash di Lehman Brothers o durante praticamente le recessioni del dopoguerra. In un anno di Trump, il giudizio delle famiglie riguardo alla loro condizione economica è collassato del 33% e quello sulle prospettive di poco meno. Naturalmente non è così. L’America non sta peggio che durante la Grande recessione di quindici anni fa o durante le fasi di alta disoccupazione dei decenni precedenti. Paul Krugman crede che un senso diffuso di esclusione dagli aspetti più tangibili del sogno americano (casa, salute), la mancanza di sicurezza economica e l’ingiustizia evidente riguardo alle opportunità rendano gli americani più cupi di quanto spieghino i puri dati di crescita o occupazione.
Ma Trump è investito in pieno da questo malumore. Proprio tutti i segmenti dell’elettorato – per età, sesso, razza o titolo di studio – disapprovano in maggioranza il suo operato, soprattutto sui dossier economici (inflazione, tasse, lavoro); la quota netta fra giudizi positivi e negativi del presidente dopo quasi un anno volge alla disapprovazione molto più di quanto fosse vero per Joe Biden dopo........

© Corriere della Sera