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Social vietati ai minori: la stretta dell’Australia e le proposte Ue. Ma l’Italia non si muove per paura di Trump

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16.12.2025

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L’Australia è il primo Paese ad applicare una legislazione che impone alle piattaforme «misure ragionevoli» per impedire ai minori di 16 anni di accedere senza consenso parentale.

Questo articolo è tratto dalla newsletter settimanale «Whatever It Takes» di Federico Fubini. Per iscriversi questo è il link.

Se l’Italia volesse una relazione speciale con gli Stati Uniti di Donald Trump, quali ne sarebbero i costi? E le opportunità? La vicenda che segue suggerisce che i primi potrebbero essere alti, mentre le seconde restano tutte da verificare. È una storia nella categoria della «Lettera trafugata» di Edgar Allan Poe: sotto gli occhi di tutti e insieme, curiosamente, assente dalle discussioni pubbliche del Paese. 
Eppure è una battaglia politica sempre più intensa in Italia, in Europa e a livello internazionale, per la principale risorsa strategica in questa era di competizioni geopolitiche: i bambini. 
E il terreno sul quale si consuma sono i social media: TikTok, Instagram, Snapchat e YouTube, ma anche X di Elon Musk, Facebook di Mark Zuckerberg, Reddit. 
Ne emergono rischi per milioni di famiglie in Italia e per miliardi nel mondo, prodotti dalla commistione di interessi fra la Casa Bianca e i oligarchi americani del Big Tech. Il caso è deflagrato in questi giorni Australia, sta per farlo in Europa ma presenta conseguenze sempre più urgenti soprattutto in Italia. 
Vediamo.

Il sondaggio del Grand Continent qui sopra mostra come fra gli italiani di qualunque orientamento politico abbia preso forma un consenso particolarmente ampio per regolamentare l’accesso ai social media. Abbiamo una delle opinioni pubbliche più determinate in Europa su questo. In particolare, lo siamo per voler limitare ai 15 anni la soglia della «maggiore età digitale», dopo la quale si può aprire un proprio profilo su TikTok, Snapchat e gli altri network senza il consenso dei genitori. Oggi l’età in teoria è indicata ai 13 anni dai regolamenti interni di gran parte delle piattaforme, ma i sistemi di verifica sono talmente deboli da essere di fatto sempre ignorati e aggirati. Uno studio di gennaio scorso del ministero delle Imprese e del made in Italy, in collaborazione con l’Università Cattolica, mostra che in Italia il 49% dei bambini fra gli otto e i dieci anni e il 73% di quelli fra gli undici e i tredici accede «regolarmente»  alle piattaforme.

Le conseguenze, immaginabili: più di una bambina undicenne su cinque è vittima di ciberbullismo, mentre i centri per la salute mentale dei minori si ritrovano sempre più sotto pressione. Gli specialisti del Day Hospital sull’anoressia dell’ospedale Bambin Gesù di Roma ricevono ormai pazienti di undici anni di età e osservano che, spesso, il lavoro di supporto e formazione svolto nel loro centro viene disfatto in poche ore dagli algoritmi non appena le pazienti tornano a casa e aprono il telefono: i social le hanno (illegalmente) profilate e le nutrono a getto continuo di contenuti tossici a scopo commerciale. La dinamica dei baby influencer in rete, truccati o vestiti per vendere prodotti ai loro coetanei, è endemica. Stefano Vicari, che dirige la neuropsichiatria infantile del Bambin Gesù di........

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