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Una rimpatriata che sembra «Tale e Quale Show»: Conti amministra, Pausini coi suoi modi caserecci non sfonda

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25.02.2026

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Una rimpatriata che sembra «Tale e Quale Show»: Conti amministra, Pausini coi suoi modi caserecci non sfonda

È un festival della memoria, con una regia un po' piatta e confusionaria

Dunque, da che cosa cominciare, con quali parole? Con quelle di Pippo Baudo, dall’oltretomba. Giusto dedicargli il Festival, senza dimenticare che negli ultimi anni si sentiva abbandonato dalla «sua» azienda. Accanto a Carlo Conti come co-host principale c’è Laura Pausini: una coppia che mescola tradizione e pop, lei con quella sua voce «brillantinata e birignaosa», brava come cantante ma aggiunge poco alla scena con la sua presenza e i modi caserecci (non era meglio Giorgia, dopo la conduzione di X-Factor?). Algoritmico è il cielo, vuoto, abissale, chissà... Il Festival non consacra stelle, ormai distribuisce metriche – quelle degli ascolti, non quelle musicali. 

I trenta Big sono tali per definizione contrattuale: alcuni portano in dote anni di sorrisi e canzoni, altri un capitale sociale (follower). Un tempo si ascoltavano le canzoni; oggi si osservano le curve degli stream. Le note non sono più sette ma variabili di flusso, come i grafici delle piattaforme. Non si vendono dischi: si presidiano timeline. Altro ricordo, altro risarcimento: applausi per il maestro Peppe Vessicchio, cui la Rai non voleva riconoscere certi diritti d’autore, impedendogli di partecipare ai programmi. Il Festival resta in mezzo al guado, con un piede nella memoria e l’altro nell’esame contabile. 

Carlo Conti è il professionista di sempre: governa il palco con garbo, getta acqua sul fuoco di ogni polemica, vera o presunta. Tuttavia, il suo «ecco a voi» richiederebbe una spalla capace di sorreggerlo con leggerezza. Meno modernista di Pippo Baudo, meno funambolico dell’«effetto Amadeus» (che contava sull’imprevedibilità di Fiorello), Conti sembra dirigere un’elegante rimpatriata: più «Tale e Quale Show» che Festival della canzone. Il cast oscilla tra nobili ritorni e nomi nati in Rete: equilibrio difficile, come apparecchiare una tavola per non scontentare nessuno. All’Ariston si cerca allora lo spettacolo che supplisca alla canzone, con ospiti di rango (si fa per dire) come l’incontro salgariano fra Can Yaman e Kabir Bedi.

 Un insolito Conti in veste «antifa»: intervista la signora Gianna Pratesi di 105 anni che nel referendum istituzionale del 1946 ha votato repubblica (“Repupplica” per la gigantografia Rai, gaffe senza pari), anche contro il fascismo. 80 di repubblica e 76 di Sanremo, giusto per dare il senso delle proporzioni. La regia piatta e a tratti confusionaria sembra generare momenti di autentico spaesamento, anticipando l’ingresso degli artisti in gara, togliendo «sacralità» e perdendo per strada alcuni momenti delle performance. 

In fondo, il Festival resta ciò che è sempre stato: uno specchio, ora un flusso sezionato in mille rivoli sui social, un meme. Oggi si riflette anche nell’algoritmo. Carlo Conti ha dichiarato che sarà il suo ultimo Sanremo. L’ultimo festival/è un problema diverso/ un’altra cosa sarà/un altro festival sarà.

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