Achille Lauro, 'O Comandante di Napoli che spende e spande. Così Gava (con una trappola democristiana doc) lo incastrò
C'era una volta Achille Lauro - Il sindaco monarchico furoreggia negli anni 50: presidente della squadra di calcio, armatore smargiasso e "adorato dalla plebe", come scrisse Montanelli. La Dc napoletana prima lo usò, poi se ne liberò con uno scherzetto in stile spy-story. - Prima puntata
Achille Lauro (1887-1982), sindaco di Napoli dal 1952 al 1960. Il "laurismo" fu fenomeno politico-sociale antesignano di tutti i populismi
Il microfono è già stato calato all’interno di un candelabro. Le luci sono basse, segretari e inservienti escono di scena. La spy-story può iniziare. La location, i dettagli, il contesto: tutto rimanda alla scena di un film. Invece è solo uno di quei casi in cui la realtà supera la fantasia. Nell’ombra di una stanza ministeriale, è un’intercettazione abusiva a segnare l’inizio della fine di Achille Lauro.
Il sindaco controcorrente
Siamo nell’Italia in bianco e nero degli anni Cinquanta, quando le microspie alla James Bond non erano neppure all’orizzonte. Al referendum istituzionale del ’46 aveva trionfato la Repubblica, ma nella Napoli dei contrasti assoluti, delle Piedigrotte e delle “nuttate” infinite, dei frizzi e lazzi e delle emergenze sociali, a regnare era ancora quel sindaco palesemente controcorrente: monarchico e capace di infiammare gli animi come nessun altro; e ormai abbastanza forte da inquietare tanto il centro quanto la sinistra dello schieramento politico.
La versione di Montanelli
All’ombra del Vesuvio, Achille Lauro, per tutti il Comandante, furoreggia spendendo e spandendo, distribuisce speranze e favori e raccoglie consensi a piene mani anche alle elezioni nazionali. Ha un passato che affonda nel mito, è un armatore ricco e smargiasso, è banchiere, editore, costruttore e presidente del calcio Napoli. E calca la scena come un ruvido divo hollywoodiano. Il problema, per gli avversari, è uno solo: come fermarlo?
I comunisti lo combattono, ma intanto ne studiano ammirati la grammatica populista, convinti di poterla rovesciare contro la Democrazia Cristiana. I democristiani, dal canto loro, lo hanno a lungo corteggiato per puntellare i governi centristi. Ma il rapporto è ambiguo, instabile e carico di reciproci sospetti. Da una parte, un leader carismatico, “inviso all’intellighenzia e adorato dalla plebe”, per dirla con Montanelli; dall’altra, un partito organizzato, che fonda la propria forza su valori dichiarati universali e sulla capillarità delle sezioni, ma anche sulla partigianeria delle correnti, tutte impegnate a contendersi l’egemonia di una linea comune. Un attrito troppo carico di tensione per non deflagrare.
Il primo a duellare con lui è Silvio Gava, e questa storia sarebbe rimasta sepolta nei corridoi del potere, se non fosse stato lui stesso - allora già ministro e leader dei Dorotei - a consegnarla ai posteri, incastonandola tra le oltre cinquecento pagine delle sue memorie. Profugo dal Veneto dopo la disfatta di Caporetto, organizzatore delle prime leghe bianche nel Salernitano e fra i principali esponenti prima del Partito Popolare e poi della Dc, Gava ha il quartier generale a Castellammare di Stabia, nel cuore della Penisola sorrentina. La stessa terra di Achille Lauro: il suo luogo dell’anima.
L’anno è il 1957. Il sindaco ha ripreso a frequentare le stanze del governo dopo le elezioni amministrative dell’anno precedente, vinte nonostante le prime bordate di Gava: sette lettere di critica dettagliata alla gestione comunale pubblicate su Il Mattino e poi raccolte in un libro-manifesto. Quando le emergenze in città incombono e nelle casse comunali non c’è più una lira, è sempre a quelle porte che Lauro bussa. Ogni volta seguendo lo stesso schema. Da una parte postula e ringrazia, dall’altra mistifica e sobilla. Dapprima si presenta a Roma carico di attenzioni per chi lo riceve, poi non lo molla fin quando non ottiene qualcosa; infine è implacabile nel denunciare l’esiguità dei trasferimenti statali una volta tornato a casa. Qui è sempre il solito mantra: la capitale è “avara” e i ministri “non fanno nulla per Napoli”. Finché Lauro serve, la Dc sta al gioco: del resto, nel 1947 è lui a salvare il governo De Gasperi convincendo pezzi dell’”Uomo qualunque” di Giannini a votarlo; mentre nel 1953, alle politiche, rafforza il fronte anti-comunista portando i monarchici da 14 a 40 deputati. Ma quando non serve più, la trappola scatta inesorabile.
Una colonna di auto per la campagna elettorale di Lauro a Napoli
«Per lui sono diventato l'ostacolo da eliminare»
Quel giorno, al ministero dell’Industria e del Commercio il microfono è già collegato al registratore. Quando Lauro arriva tutto si svolge come previsto. Gava racconta che si presentò con l’immancabile sicurezza di sé: «Mi propose di aiutarlo a risolvere problemi urgenti, alcuni dei quali soltanto lo erano realmente. Accolsi alcune delle sue richieste, ma rifiutai le altre, ingiustificate. Mi rivolse le solite lodi, mi porse i suoi ringraziamenti e ci lasciammo». Il mattino seguente, però, al ministro riferiscono che ancora una volta il sindaco aveva lamentato le tante ingiustizie patite da Napoli per l’insensibilità del governo. Ed ecco la reazione: «Lo chiamai al telefono e lo avvertii che, se non la smetteva, avrei reso pubblico il testo del nostro colloquio». In effetti, Il Mattino pubblicò stralci della registrazione. Lauro si sentì preso in giro. «E io capii - annota Gava - che per lui ero diventato un ostacolo da eliminare a tutti i costi».
La conseguenza fu che, nelle elezioni politiche del 1958, Lauro si candidò non solo alla Camera, come deputato uscente, ma anche nel collegio senatoriale di Castellammare, quello tradizionalmente del suo ormai principale avversario. Lo fece per “punirlo” dell’affronto ricevuto e lo dichiarò pubblicamente nel comizio d’apertura della campagna elettorale. Il risultato fu simbolicamente catastrofico. Al Senato, il Comandante andò clamorosamente a sbattere. Non fu eletto e si posizionò alle spalle anche del candidato comunista. Una bruciante sconfitta. Non la prima nella vita, ma la prima in politica. L’inizio della fine, appunto, perché nelle successive elezioni non conseguì più i successi di un tempo. L’esordio e l’ascesa di Lauro, però, raccontano almeno quanto la sua caduta. E da lì bisogna ripartire.
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