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L'avvocato Domenico Ciruzzi: «Un convinto Sì

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19.03.2026

Il parere dell'avvocato napoletano, già presidente della Camera penale

«La riforma libera il giudice dagli infernali mosaici di interferenze». Motiva così il suo Sì al referendum Domenico Ciruzzi, l’eclettico avvocato penalista, già vicepresidente dell’Unione delle Camere penali italiane e già direttore del Premio Napoli.

Perché votare Sì al referendum?«Il giudice deve essere terzo e terzietà vuol dire che non deve essere indipendente solo dai poteri esterni, ma anche all’interno del proprio ordine giudiziario».

Non lo è?«Oggi il giudice è una persona tutta casa, pantofole e tv; in tempi di comunicazione immediata, è condizionato anche dai media che danno una lettura accusatoria di un’ipotesi e la gente percepisce un senso di colpevolezza, così la presunzione di non colpevolezza va a farsi benedire. Quello mediatico e quello della piazza che chiede il patibolo non sono gli unici condizionamenti a cui è sottoposto un giudice. Questa riforma vuole liberarlo da una parte di questi pesi».

Da quali?«Dal condizionamento che arriva da una delle due parti del processo, perché se l’avvocato non ha rappresentanti nel Csm, l’organo che può sanzionare o promuovere il giudice, il pm, invece, li ha. Questo è un piccolo, grande condizionamento che la riforma supera».

C’è il rischio di depotenziare la magistratura?«La riforma rafforza i giudici liberandoli e fa lo stesso con i pm anche dal punto di vista lessicale. Nel testo con la riformulazione dell’articolo 104, primo comma, viene esplicitata l’indipendenza del pubblico ministero. Su questo mi permette una metafora?».

Prego.«L’idea che il pm, una persona che oggi convive con i giudici, nel momento in cui va a vivere da solo, possa diventare un delinquente, uno sceriffo o un agnellino servo del potere politico non ha senso e mostra la sfiducia nutrita nei confronti della magistratura da chi afferma questa teoria».

La magistratura ne esce rafforzata?«La riforma referendaria può aiutare ad avere più magistrati responsabili e meno detenzioni irresponsabili proprio perché valorizza la magistratura liberando, finalmente, il giudice dagli infernali mosaici di interferenze che aggrediscono la sua libertà».

Affronta i temi più urgenti della Giustizia?«Si sta occupando di ordinamento giudiziario e dunque, ovviamente, non risolve la lentezza dei processi. Altre riforme sono assolutamente necessarie e dovranno essere fatte, ma ora si sta affrontando questo tema».

Liberando il giudice si può ottenere l’effetto di diminuire gli errori giudiziari?«È possibile che la commistione di carriere tra pm e giudici possa, anche in buona fede, comportare un condizionamento. Per questo, rendendo più libero e autonomo il giudice le cose non possono che migliorare. Non cito mai i dati, ma se più del 90% delle richieste dei pm di sequestri, intercettazioni e arresti vengono accolte dai gip, un problema c’è».

Esiste quel «rischio autoritario», spesso paventato da sinistra?«Questa riforma è stata portata avanti per anni dalla sinistra. Se oggi a farla è il governo di Giorgia Meloni, che non ho votato e che non voterò mai, non significa che debba oppormi ad un principio che in passato è stato sposato da progressisti, garantisti e riformisti di quell’area politica che oggi, invece, sono contrari perché a fare la riforma è un governo di un altro colore. Il mio rammarico è che tutto questo non l’abbia fatto la sinistra, ma forse per troppi anni si è fatta condizionare».

Da chi?«Anche da forze non politiche. Penso all’Anm, alle accademie e a tutti coloro i quali oggi dicono di voler preservare la Costituzione, ma non hanno alzato un dito quando sono stati decapitati pezzi di democrazia con il taglio dei parlamentari».

La riforma costituzionale del 2020?«Certo, ha ridotto drasticamente la rappresentanza parlamentare, tagliando 230 deputati e 115 senatori senza che nessuno citasse i Costituenti. Per togliere spazi di democrazia non abbiamo neanche discusso, mentre per separare le carriere di quattro gatti deve succedere questo inferno, con una pletora di persone che nulla sa di giustizia ma che pontifica per accondiscendenza o visibilità».

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