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Risolto il "cold case" del mosaico erotico depredato nel 1944 dalle truppe tedesche e poi portato a Pompei: proveniva da una villa romana nelle Marche

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05.03.2026

Si era ipotizzata la provenienza vesuviana per stile e tecnica e dunque un anno fa era stato portato dalla Germania al Parco Archeologico di Pompei: un'indagine approfondita ha rivelato che si tratta di una produzione laziale

Non proveniva da Pompei il mosaico erotico raffigurante due amanti  trafugato da un ufficiale tedesco della Wehrmacht durante la Seconda Guerra Mondiale e poi arrivato in Germania. Era, invece, una produzione laziale che già alla fine del Settecento apparteneva ad una villa romana di Rocca di Morro, nella frazione del Comune di Folignano nelle Marche. Il "cold case" è stato risolto grazie a uno studio degli archeologi del Parco archeologico di Pompei con quelli dell'ateneo del Sannio. L'individuazione dell'esatta collocazione storica e geografica è il frutto di una vera e propria indagine investigativa, resa possibile dallo studio e dalla ricerca di professionisti dell'archeologia e del restauro.

Ciò che si sapeva con certezza era che il mosaico, che riproduce una scena erotica, era stato trafugato da un ufficiale della Wehrmarcht  addetto alla catena dei rifornimenti militari in Italia nel 1943/44, e poi donato a un cittadino tedesco. I suoi eredi lo avevano restituito allo Stato italiano. In mancanza di dati certi sulla sua provenienza, il Ministero della Cultura aveva deciso di assegnarlo al Parco archeologico di Pompei, considerando che mosaici simili per tecnica e stile sono noti nell'area vesuviana. Dunque il Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell'Arma dei Carabinieri a luglio 2025 lo aveva portato lì.  

Ma una ricerca approfondita ha poi portato a un risultato inatteso: il mosaico non c'entra con Pompei. Le analisi archeometriche eseguite in collaborazione con il Dipartimento di Scienze e Tecnologie dell'Università del Sannio suggeriscono che si tratti di una produzione laziale che veniva commercializzata a livello sovraregionale. E un incontro fortunato, in occasione della presentazione del 2025, con Giulia D'Angelo, archeologa di origine marchigiane e co-autrice del contributo pubblicato oggi sull' E-journal di Pompei, ha condotto alla vera origine del mosaico: la villa romana di Rocca di Morro, frazione del Comune di Folignano nelle Marche, dove è attestato già alla fine del Settecento. 

«La ricostruzione della vicenda di questo mosaico dimostra come la tutela del patrimonio culturale non si esaurisca nel recupero materiale dell’opera, ma prosegue con lo studio rigoroso, la verifica scientifica e la restituzione della verità storica», dichiara il Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, aggiungendo che «il lavoro congiunto del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, dei funzionari del Ministero della Cultura, del Parco archeologico di Pompei e delle Università coinvolte ha consentito di ricollocare correttamente il mosaico nel suo contesto originario, una villa romana nelle Marche. Ogni bene trafugato e riportato in Italia rappresenta un frammento della nostra identità che torna alla collettività». 

«Questa vicenda restituisce a Folignano un frammento prezioso della propria memoria e rafforza il legame profondo tra la nostra comunità e la sua storia più antica – afferma il sindaco di Folignano, Matteo Terrani. Il fatto che l’opera provenga da una villa romana di Rocca di Morro dà nuovo valore a un luogo simbolico che è parte fondamentale della nostra identità. Come amministrazione stiamo lavorando, insieme ad appassionati e volontari, per promuovere iniziative di valorizzazione del sito. Nelle prossime settimane ci recheremo a Pompei per poter visionare il mosaico e incontrare il direttore del Parco archeologico Gabriel Zuchtriegel, che ringrazio per la disponibilità e la professionalità, con l’obiettivo di avviare un dialogo costruttivo e nuove prospettive di collaborazione».

La memoria del manufatto riemerge, tra l’altro, nella produzione del pittore e archeologo ascolano Giulio Gabrielli (1832- 1910) che lo riproduce in un taccuino manoscritto (ca. 1868), oggi conservato nella Biblioteca Comunale di Ascoli Piceno. A corredo dello schizzo, l’autore fornisce annotazioni sul soggetto e sulla località di rinvenimento. Egli interpreta la scena come quella di un uomo “che offre colla d[estra] una borsa di danaro… ad una bella donna che mezza ignuda gli sta davanti”, proponendo come titolo Il congedo di un’etera e riportando che il reperto “venisse trovato in un podere della famiglia Malaspina a Rocca di Morro”.

«Nelle more di valutare, insieme alla comunità e agli enti locali del territorio di provenienza future iniziative di valorizzazione (per esempio tramite una mostra)- aggiunge il sindaco di Ascoli Piceno, Marco Fioravanti - i risultati delle ricerche sono presentati nell’e-journal degli scavi di Pompei pubblicato oggi con la soddisfazione che grazie al lavoro interdisciplinare di Carabinieri, funzionari del Ministero della Cultura, archeologi e archeologhe nonché ricercatori e ricercatrici specializzati nell’archeometria, si è riusciti a ricostruire una vicenda travagliata con un lieto fine».

«Grande lavoro di squadra, ricostruire la storia è team work e questo è un esempio di come la dedizione, la professionalità e la passione portano a scoperte inattese non solo a Pompei, ma anche in siti meno noti ma non meno importanti per comprendere e valorizzare il patrimonio classico in tutta la penisola - dichiara il Direttore del Parco archeologico di Pompei, Gabriel Zuchtriegel - Grazie alle ultime ricerche emerge una produzione specializzata laziale che esporta mosaici preziosi, realizzati presumibilmente in notevoli quantità, in territori come le Marche, Campania e Puglia; una scoperta di grande interesse non solo per la storia dell’arte romana, ma anche per la storia economica del mondo romano». 

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5 marzo 2026 ( modifica il 5 marzo 2026 | 13:24)

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