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Lello Esposito: «A 14 anni scappai dall’orfanotrofio e feci i primi Pulcinella, ora li ritrovo dagli antiquari»

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11.08.2026

«Troisi mi disse: Napoli ti può mangiare. Mamma si commosse per il mio San Gennaro al Cotugno»

Lello Esposito ha sdoganato il folklore, rendendolo arte. Pulcinella, i corni, il Vesuvio, la sirena, l’uovo sono diventati simboli identitari di Napoli, messaggeri di una città alla quale lui ha saputo restituire i suoi luoghi comuni: non più elementi pittoreschi, ma paradigma della storia di un popolo.

Raffaele Esposito, classe 1957: che città era la Napoli in cui è cresciuto?

«Sono nato all’Anticaglia a Forcella, a vico Limoncello: era la strada degli artigiani delle sedie. Ricordo una città povera: io stesso ho avuto un'infanzia difficile. Ho iniziato a lavorare da bambino e ho preso la licenza media a 17 anni».

Perché lavorava e non andava a scuola?

«Parliamo di situazioni oggi inimmaginabili. Eravamo quattro figli — due femmine e due maschi — e mia madre era da sola a tirarci su. Mio padre, che lavorava nelle fogne per il Comune, morì a 39 anni: io ne avevo appena 11 e andai a bottega. A 14 anni fui mandato in orfanotrofio: mamma non ce la faceva a provvedere a tutti i figli».

Come erano le giornate in orfanotrofio?

«Tetre. Ricordo che fui messo a lavorare una specie di creta, penso fosse Das, ma non era vita per me e scappai. Fui perciò mandato in Piemonte, da uno zio che faceva tre mestieri: di giorno in fonderia, dove realizzava braccetti per le macchine per scrivere, di notte faceva il calzolaio e la sera lavorava in pizzeria».

Adolescente, in fuga verso il Nord: cosa ha trovato in Piemonte?

«Oltre all’accoglienza di mio zio, alla sua abnegazione, ho trovato un sogno. Ivrea era permeata dallo spirito di Adriano Olivetti, che ho assimilato e respirato... Poi tornai a Napoli. Mamma aveva trovato lavoro all’ospedale Cotugno e c’era finalmente uno stipendio sul quale poter contare per mandare avanti la famiglia. E restare tutti insieme».

E lì incomincia una vita lontano dai vicoli.

«Ero stato fuori quasi quattro anni.........

© Corriere del Mezzogiorno