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Napoli, la Dc e i trapianti: Paolo Cirino Pomicino nel racconto degli amici

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Addio all'ex ministro andreottiano scomparso all'età di 86 anni: il ricordo di Rotondi, Scotti e Mastella. Camera ardente a Roma, i funerali martedì

Se ne è andato a distanza di poche ore da Umberto Bossi: fondatore della Lega Lombarda, paladino della secessione e della guerra a Roma ladrona , emarginato, dopo gli scandali, dal suo partito. Paolo Cirino Pomicino, ’o ministro (lo fu sia del Bilancio, sia della Funzione pubblica), andreottiano, scomparso a 86 anni, per certi versi è stato il contrario del senatur, sebbene entrambi fortemente sanguigni e legati ai rispettivi territori di provenienza. Pomicino ha continuato a testimoniare ovunque e con orgoglio la propria fede politica. Certo, da ramingo, ospite dei talk in tv — abbandonandosi ai guizzi elettrici della sua intelligenza prensile — o affrontando sui quotidiani lucidissime analisi, sul Giornale con lo pseudonimo Geronimo, in una prosa senza rughe. Era privo di una casa politica ufficiale alla quale tornare, ma non ha mai cessato di cercarla: democristiano tra i più brillanti, abile e spregiudicato nella gestione del potere, ma soprattutto costruttore di ponti di dialogo e instancabile difensore del sistema dei partiti e della centralità scudo crociata. 

Racconta il deputato irpino Gianfranco Rotondi, con il quale Pomicino tornò, nel 2006, in parlamento — dopo essere stato travolto da Tangentopoli, dai cui processi uscì con 40 assoluzioni e 2 condanne: per finanziamento illecito e corruzione— chiudendo poi la sua lunga carriera politica da presidente del gruppo democristiano alla Camera nel 2008: «Lo avevo sentito due settimane fa per invitarlo all’assemblea degli esterni della Dc e avrebbe dovuto intervenire sabato prossimo. Mi aveva promesso un video dall’ospedale in cui era da tempo ricoverato. Bisogna dire che il vero Pomicino è stato proprio quello che si è espresso nella Seconda Repubblica: nella Prima veniva osservata la forza del suo potere, l’intelligenza della organizzazione del sistema. Invece, dal 2006, senza l’armatura del potere, è riuscito a sentirsi libero e a sprigionare tutto il suo pensiero». 

Eppure Pomicino è stato da sempre percepito in modo diverso da tutti gli altri big campani della Dc: De Mita, Mancino, Gava, Scotti. «Lui era il più veloce — continua Rotondi — e dico di più: se fosse stato segretario del Ppi dopo la caduta della Dc con la fine della Prima Repubblica, lo scudo crociato sarebbe ancora al governo e Silvio Berlusconi non sarebbe sceso in campo. Nel suo pragmatismo, che lo avvicinava molto a Berlusconi, Pomicino non avrebbe lasciato spazi vuoti da occupare». 

Enzo Scotti, ex ministro dell’Interno e sindaco di Napoli, con Pomicino ha condiviso legislature e battaglie congressuali all’interno della Dc. Ma non la stessa fede calcistica: «Io, da napoletano, e Gava, che era di Castellammare di Stabia, tifavamo Napoli, mentre Paolo era milanista sin da piccolo. Tuttavia, non abbiamo mai litigato sul tifo, come anche sul resto, perché alla fine trovavamo sempre un’intesa». E svela pure un retroscena sull’acquisto di Diego Armando Maradona: «Correva l’anno 1984, io e Pomicino — rievoca Scotti — riuscimmo a inventare un congegno che consentì a Maradona di venire a Napoli quando il Barcellona, che era proprietario del suo cartellino, stava tentando alla fine di riprenderselo». Sollecitarono il direttore generale del Banco di Napoli, Ferdinando Ventriglia, affinché favorisse il trasferimento in Italia del Pibe de oro. Tanto che Pomicino più volte ha poi ripetuto: «Maradona mi ha dato grandi dolori essendo io tifoso milanista, ma era una piacevolezza infinita: livelli impossibile da raggiungere». 

Napoli era continuamente in cima ai suoi pensieri: sia perché era il suo indispensabile serbatoio elettorale — fu considerato uno dei potenti vicerè — ma anche perché non poteva fare a meno di ritrovarsela srotolata come una mappa su un immaginario tecnigrafo per farci rimbalzare idee di sviluppo e audaci operazioni urbanistiche da sperimentare: come l’ambiziosa operazione Neonapoli, poi naufragata; o quella di ampliare gli accessi alla città ad ovest con il completamento dell’anello infrastrutturale per alleggerire il peso degli ingressi nella zona orientale. La sua mente era come un motore che rombava di continuo alla prova dei giri. 

Clemente Mastella, sindaco di Benevento, ma soprattutto uno degli ultimi resistenti all’inesorabile disfacimento dell’esprit scudo crociato, piange «l’amico Paolo». Confessa di aver letto e riletto incredulo la notizia della sua morte. Poi, stropicciandosi gli occhi, ha spiegato: «Lo avevo sentito al telefono fino a venti giorni fa, aveva una tempra di ferro, come la moglie sottolineava spesso. Dopo la lunga, comune militanza, abbiamo difeso, protetto e tutelato la storia gloriosa della Dc contro gli strali ingenerosi di chi la considerava un fossile della storia. Senza nostalgie anacronistiche, ma con fierezza. È stato deputato europeo con me, con l’Udeur. La sua intelligenza politica era vivida, ci sfidavamo, canzonandoci anche, su chi prevedesse prima e meglio gli scenari». Cavalli di razza, si sarebbe detto una volta, per elogiarne il genio, la sagacia, l’esperienza e la capacità di venirne fuori. Attitudini ormai neglette negli allevamenti improvvisati che sfornano gli esponenti della nuova classe politica. 

Ma per Rotondi, la lezione umana di Pomicino è stata addirittura più affascinante, nel suo sforzo di non cedere mai ai ricatti della salute malferma: «La sua esistenza — spiega — è stato un inno infinito alla vita. Ha lottato sin da giovane contro infarti, tumori, ha subito il trapianto di cuore, quello di un rene. Ha saputo resistere perché da uomo di fede era convinto che la vita va difesa e goduta sempre». E lo ha fatto fino all’ultimo, esponendosi anche per la battaglia referendaria a sostegno del NO, contro il SI del centrodestra: «Longanesi avrebbe detto: l’importante è che la morte ci trovi vivi. E così è stato con Paolo». 

Tanti gli attestati di vicinanza alla famiglia e il ricordo dei rappresentanti istituzionali, a cominciare dai presidenti di Senato e Camera. Per il presidente del consiglio regionale, Massimiliano Manfredi, è stato un «figlio della nostra terra, della quale ha saputo esprimere, nella lunga vita politica ed istituzionale, talento e versatilità. Medico, consigliere ed assessore comunale a Napoli, parlamentare, europarlamentare e ministro, Paolo Cirino Pomicino ha incarnato, con intelligenza rara e profonda preparazione politica, il legame tra le istituzioni nazionali e l’identità partenopea».Domani sarà allestita la camera ardente a Montecitorio. I funerali si terranno il giorno dopo a Roma.

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22 marzo 2026 ( modifica il 22 marzo 2026 | 21:45)

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