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Marcinelle, un inferno da ricordare

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08.08.2026

L’otto agosto 1956, Alfonso, Modesto, Armando, Raimondo, Camillo, Raffaele, Ciro, Assunto, Omar, Rodolfo, Pompeo, Otello, Donato, c’era Santo ma anche Sante, per ironia della sorte Felice, e molti Antonio, Francesco, Giovanni, Giuseppe, Pietro, Rocco, Sisto, Carmelo, Pasquale, e tanti altri ragazzi italiani, troppi, fino a centotrentasei, scesero, come tutti i giorni, nel pozzo di carbone di Bois du Cazier, nei pressi di Marcinelle, ma fu l’ultima volta. Una scintilla, una combustione, il rogo, la strage, la tragedia.

Morirono alle otto e dieci, a quasi mille metri di profondità, per le ustioni, il fumo, i vapori tossici, gli schiacciamenti, magari il terrore e chissà quale altro accidente. Da quelle viscere non saliranno in vita in duecentosessantadue. Uomini di dodici diverse nazionalità. L’allarme, i parenti dei lavoratori che accorrono e si ammassano davanti ai cancelli della miniera in fiamme con l’angoscia negli occhi e la speranza nel cuore.

E’ questa l’immagine diventata simbolo della disgrazia. Erano emigranti partiti, o obbligati, per la fame, da diverse regioni d’Italia. Per lo più abruzzesi, marchigiani, veneti, emiliano romagnoli, toscani, calabresi, in cerca di lavoro nell’ambito dei tristemente noti trattati bilaterali “Braccia per il carbone”, del 1946, firmati dall’allora Presidente del Consiglio De Gasperi.

Le pratiche del reclutamento esplicitamente previste nell’accordo non sono diverse da quelle dei protocolli firmati con altri paesi:........

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