Al referendum vince il no, Meloni risveglia la sinistra
Svanisce la «riforma storica» di Giorgia Meloni. Vince il “no” al referendum sulla giustizia, più esattamente sulla legge costituzionale per separare le carriere dei magistrati. Il “no” ottiene il 53,74% dei voti e il “sì” solo il 46,26% nella consultazione referendaria del 22 e 23 marzo. All’inizio la presidente del Consiglio quasi riteneva una “passeggiata” la battaglia per dividere le carriere dei pubblici ministeri da quelle dei giudici invece è stata una disfatta. Settimane fa quando ha visto dai sondaggi che il “sì” perdeva terreno rispetto ai “no”, è intervenuta direttamente nella campagna elettorale. Ci ha “messo la faccia” ripetutamente con toni molto accesi contro i magistrati e le opposizioni, schierati contro la legge di riforma costituzionale. Adesso riconosce la sconfitta subìta alle urne: «Rispettiamo la decisione, resta chiaramente il rammarico per un’occasione persa. Andremo avanti». Come aveva già annunciato in precedenza, però, non si dimette perché ha vinto le elezioni politiche del 2022. Elly Schlein canta vittoria perché «il Paese ha fermato una riforma sbagliata». La segretaria del Pd aggiunge in tono di sfida: «Ci sono più elettori di destra che hanno votato No che il contrario». Vince il “no” al referendum soprattutto grazie al risveglio degli elettori delusi della sinistra usciti dall’astensionismo. I votanti al referendum hanno sfiorato il 59% del corpo elettorale, una valanga rispetto alle elezioni degli ultimi anni (nei mesi scorsi gli astenuti raggiunsero il 60% nelle Regionali in Veneto, Puglia e Campania). Nelle rosse Bologna e Firenze i votanti sono volati a circa il 70%. Il “no” trionfa nell’Italia centrale e in quella meridionale, il “sì” nel lombardo-veneto. Ma la riscossa delle opposizioni resta complicata, faticano anche a siglare un patto unitario per le elezioni politiche del 2027. Giuseppe Conte reclama “primarie aperte ai cittadini” per scegliere il candidato al Palazzo Chigi. Il presidente dei cinquestelle motiva la proposta «per individuare il candidato più competitivo per rappresentare il programma». Ovviamente pensa a lui stesso e non a Elly Schlein. Giorgia Meloni ha commesso un grave un errore a politicizzare il referendum: ha risvegliato la sinistra. Lei e il governo di destra-centro ne escono fortemente ammaccati. I motivi sono quattro. Primo motivo. L’elettorato ex missino di Fratelli d’Italia ha faticato a riconvertirsi da un furente giustizialismo a un netto garantismo giudiziario. La base missina ebbe un ruolo centrale nel sostegno ai pubblici ministeri di “Mani pulite” che nel triennio infuocato 1992-1994 portò al crollo della Prima repubblica sotto i colpi di Tangentopoli. Ha faticato la riconversione garantista anche tra l’elettorato della Lega allora su posizioni di furente giustizialismo (il deputato Luca Leoni Orsenigo agitò un cappio nell’aula della Camera). Il “sì” al referendum di diversi esponenti della sinistra è rimasto minoritario nel campo progressista con il Pd schierato per il “no”. Nel 1992-1994 anche il Pds, erede del disciolto Pci, cavalcò senza remore l’attacco anti “casta” del giustizialismo con l’obiettivo di andare al governo al posto del delegittimato pentapartito Dc-Psi-Psdi-Pri-Pli. Secondo motivo. L’attivismo pro “sì” di Meloni è saltato su una propaganda autolesionistica. Ha paventato ed enfatizzato minacce gravissime alla sicurezza pubblica con la vittoria del “no”: «Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori rimessi in libertà». Sarebbe stato più semplice ed efficace sostenere: tutti devono rispettare la legge, i magistrati devono assolvere al loro ruolo di amministrarla come dice la Costituzione senza tentazioni di supplenze politiche; il Parlamento deve legiferare e l’esecutivo governare rispettando l’indipendenza di pubblici ministeri e giudici. Terzo motivo. In piena campagna referendaria scoppia il caso di Andrea Delmastro. Il sottosegretario alla Giustizia è coinvolto in presunti affari con la figlia diciottenne di Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese, condannato in via definitiva dalla Cassazione per reati con aggravante mafiosa. Delmastro si professa innocente, rivendica di aver sempre combattuto la mafia. Nessun addebito penale ma l’immagine politica è deturpata. Quarto motivo. Cresce lo scontento popolare verso l’esecutivo sia per lo stato sociale azzoppato come nel caso della sanità pubblica, sia per i rincari di benzina e gas causati dalla guerra degli Usa e di Israele contro l’Iran (si sommano a quelli prodotti dal conflitto in Ucraina). Gli italiani si ritrovano con il portafoglio sempre più vuoto. Un fatto è certo. Vince il “no” al referendum e la travolgente ascesa politica di Meloni frena. Forse si ferma. Certo una vittoria del “sì” avrebbe rafforzato la presidente del Consiglio. Qualcuno aveva fatto il suo nome perfino per il Quirinale. Lei ha sempre smentito questa eventualità perché non ambisce «a salire di livello». Ora la strada è tutta in salita. Si vedrà come finirà nelle elezioni politiche di fine 2027.
Al referendum vince il no, Meloni risveglia la sinistra
Al referendum vince il no, Meloni risveglia la sinistra
