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Vogliamo davvero un mondo fondato sull’alienazione?

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27.03.2026

Il primo spunto viene recentemente dal Corriere.it a firma di Laura DeFeudis. L’articolo parla di quiet quitting, burnout e wise working, in particolare dopo l’esperienza sociale Covid. Tanti termini, stessa statistica: sei persone su cento nel Belpaese sono disaffezionate al proprio lavoro stando al rapporto Gallup. L’ultimo termine, wise working, si rifà a filosofie varie per dare significato alla propria opera di sussistenza. In parole povere, il profitto ci sta, fa parte dell’impresa. Tuttavia, marciare solo sotto diktat del profitto altrui sentendosi alienati e vedendo un aggravarsi futuro non basta a iniettare zelo nelle ossa dei lavoratori. Quotidianamente vi è quiet quitting e disamoramento totale di un mercato del lavoro ormai quasi solo ed esclusivamente in mano a forme di management approssimative. Incrociando testimonianze ne esce la stessa litania fasulla come una banconota da tre euro. Non vi è alternativa, quindi tanto bastone, poca carota, siate infelici e partecipi. L’austerity è anche alienazione. Verrebbe da aggiungere a questo spunto. Se l’impresa si accontentasse di un profitto onesto e gratificasse col carovita reale e rappresentasse dei valori, il discorso cambierebbe. Se i vari rappresentanti rappresentassero gli interessi basilari del loro elettorato, aiuterebbe. L’amore per un lavoro o per il proprio paese non implicano una totale, cieca accettazione anche di cose contrarie alla nostra morale. Si cita spesso il passato, tralasciando visione e analisi del presente come fosse un diversivo per mascherare un non futuro e si ha un senso di alienazione. Alienazione, termine ormai quasi in disuso. Un concetto poliedrico, che riguarda il trasferimento dei propri diritti in mano ad un’altra persona/ entità. Marx lo usava per intendere un lavoratore separato dal frutto delle proprie fatiche. Alienazione generazionale, la morte dell’empatia e l’eterno giovanilismo dei pochi in nome di un’epoca debole e approssimativa poiché ‘non vi sono alternative’. La favoletta non può tradursi in eterna condanna. L’uomo non è bidimensionale come siamo condotti a credere dalla propaganda, è qualcosa di più. Quest’alienazione ogni tanto si vede: nelle intenzioni e nella partecipazione al voto dei giovani in un referendum, ad esempio. Sentendo alcuni ragazzi dibattere Sì o No fuori dalle urne veniva a pensare che le cose non sono scontate. Sono i modi, negare le evidenze. La politica generalmente è poco appetibile se tradisce o dimentica le vere aspettative. Sì, il mondo si scopre peggio di quanto non sembrasse già. Lo si osserva nelle proteste di principio dove gli over abbassano spesso lo sguardo sconfitto e volgono la loro coscienza annacquata altrove. Bene dixit l’on. Bonaccini nell’articolo di A. Raimo del 26 marzo sul Huffington Post (secondo spunto). Gli elettori non promettono nulla, sta alla politica offrire proposte convincenti. Semplici riflessioni. Quanti dipendenti sono cento volte superiori a coloro che li gestiscono nei vari settori? Quante promesse vengono mantenute? Quanti semplici cittadini stanno anni luce avanti rispetto alle attuali classi dirigenti? Terzo spunto, Stiglitz: le guerre economiche moderne, come quelle fatte con le bombe, implicano bombardamenti a distanza senza vedere il volto di coloro che danneggiano.........

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