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L’amore al tempo degli algoritmi, “Obsession”

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ROMA – “Mio padre sta morendo di cancro… Ho mangiato un pò di insetti… Hansel e Gretel nel bosco…”.

Profondo della provincia americana. Desolation road. Nikki è un’aspirante scrittrice, il talento c’è, solo che confonde il plot narrativo con la vita reale.

Bear la vuole, ma poco sa della complessità della psiche female (post-femminismo), che vorrebbe razionalizzare, ridurre ad unicum. Operazione rischiosa, lacerante, folle in questo nostro specie in cui ci hanno tessuto addosso una ragnatela di sovrastruttura mentale, i Greci ci hanno lasciato in eredità un pensiero tragico colmo di echi, risonanze, aggettanze, interstizi e per i media siamo terminali di modelli di comportamenti tesi a massificarci, all’esproprio identitario, ad annullare cioè la nostra soggettività.

Bear vorrebbe fare il critico gastronomico, adora i gatti, ma la sua gattina, giocando, ha buttato giù dall’armadietto in bagno i tranquillanti, li ha ingoiati, è rimasta secca.

Nikki l’ha cucinata e proposta come cena. Basta e avanza, ma Bear, ingenuo come Alice nel Paese delle Meraviglie, pensa di fare la cosa giusta comprando per 7 dollari il bastoncino dei desideri. Rubbish offerto dal consumismo, addensato di significati posticci, che però mette in moto, forse solo nel profondo dell’inconscio, come direbbero a Testaccio le peggio cose. Che qui non diciamo per non togliere allo spettatore il piacere di scoprirlo da solo.

Firmato da Curry Barker, prodotto da Universal Pictures, presentato ai giornalisti in anteprima a Roma al The Space Cinema (sottotitoli in italiano), “Obsession” è un horror psicologico girato magnificamente e ben interpretato (Bear è Michael Jhonston, Nikki Inde Navarrette, Jan Cooper Tomlison, Sarah Megan Lawless: gli amici della coppia ambigui quanto basta, con contini e non disinteressati richiami all’istituzione, ai codici, ai paradigmi).

Non perdetelo, chissà, potreste scoprire i vostri istinti primitivi e tentare di razionalizzare la psiche femminile, cosa che solo i poeti possono osare, quelli che non sono impazziti…

Un film che declina anche un aspetto psicanalitico rilevante: i due protagonisti appaiono borderline, nulla infatti sappiamo della loro infanzia, eventuali trauma che li hanno segnati, non si vedono mai famiglie, genitori. Siamo nel post tutto questo? La schizofrenia, individuale e collettiva, ha vinto?

L’amore al tempo del colera , direbbe Garcìa-Màrquez, o degli algoritmi, l’AI, diremmo noi. E’ la dimensione del Terzo Millennio? Si spiegano anche così i femminicidi e le ragazzine che seppelliscono i neonati partoriti in giardino? E l’amore tossico, patologico, malato, di Bear e Nikki?

Forse occorre una nuova grammatica dei sentimenti, una rialfabetizzazione, riscrivere l’Ars amandi di Ovidio.

“Obsession” aiuta a capire, anche senza l’espediente del bastoncino, ciò che va legittimato, relativizzato, rimosso.


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