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L’orrore di Longobucco: quando la crudeltà squarcia il velo dell’umano

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01.04.2026

​Ci sono immagini che non si limitano a occupare uno spazio nella cronaca quotidiana; ci sono visioni che squarciano il velo della nostra presunta modernità, costringendoci a guardarci allo specchio come società e a chiederci, con onestà brutale, cosa sia rimasto del nostro senso di umanità. Quella che giunge da Longobucco, nel cuore della provincia di Cosenza, non è semplicemente una notizia di cronaca nera locale: è un urlo soffocato che riverbera tra le montagne della Sila, una ferita aperta e sanguinante sul corpo già martoriato della nostra civiltà. Un cane, legato per il collo al gancio di un pick-up e trascinato senza pietà lungo l’asfalto stradale, sotto gli occhi di chiunque passasse. È un’istantanea di una ferocia così nuda, primitiva e gratuita da togliere il respiro, un’immagine che ci obbliga a fare i conti con l’abisso che l’uomo è ancora capace di spalancare. ​Mentre le autorità competenti e le forze dell’ordine lavorano febbrilmente per ricostruire l’esatta dinamica dei fatti – cercando di stabilire attraverso rilievi e testimonianze se quella povera creatura fosse già priva di vita o se abbia esalato l’ultimo, atroce respiro nel supplizio indicibile del trascinamento – la sostanza etica del gesto rimane granitica e non ammette sconti. La pietà non può essere soggetta a distinzioni cronologiche. Anche nell’ipotesi, pur terribile, che si fosse trattato dello smaltimento illegale di una carcassa, scegliere di farlo in quel modo, con quel disprezzo totale e scenografico per i resti di un essere vivente, rivela un’assenza di empatia che spaventa più del reato stesso. ​Inutile perdersi nel labirinto delle attenuanti o tentare di vivisezionare il contesto per rendere digeribile l’indigeribile. Non c’è povertà culturale che possa spiegare il sibilo di una corda tesa che trascina una vita sull’asfalto. Quando il gesto supera ogni limite di immaginazione, il dovere della cronaca non è capire, ma testimoniare l’abisso. Quello che è accaduto non è un errore di percorso della civiltà, ma il suo esatto opposto: una scelta consapevole di annientamento del sacro che risiede in ogni essere vivente. I cani, queste meravigliose creature, che da millenni camminano al fianco della nostra specie come un’ombra fedele e silenziosa, rappresentano l’emblema della fiducia incondizionata. Sono anime che non possiedono il dono della parola per denunciare il sopruso, non hanno mani per difendersi dalla forza bruta, né potere politico o sociale se non quello di affidarsi totalmente al proprio custode umano. ​Il dolore profondo che questa vicenda suscita nasce dalla consapevolezza che chi ama e rispetta gli animali sa bene che non stiamo parlando di semplici “oggetti” o proprietà private. Parliamo di sguardi capaci di una profondità emotiva che spesso supera quella umana, di esistenze vibranti che arricchiscono il tessuto della nostra quotidianità con la loro sola presenza silenziosa, e di esseri senzienti la cui sopravvivenza dipende interamente dalle nostre decisioni. Quando un individuo decide deliberatamente di trasformare questo legame di cura in un atto di dominio violento e mortifero, non sta solo distruggendo una vita animale: sta degradando irreparabilmente se stesso e sta avvelenando la comunità a cui appartiene. La ferita di Longobucco non è dunque un fatto privato, ma una macchia che riguarda tutti noi, perché mette radicalmente in discussione la nostra pretesa di chiamarci società “evoluta”. ​La speranza, che è anche una richiesta ferma, è che le indagini non si fermino alla superficie dell’indignazione mediatica ma scavino fino in fondo alle responsabilità. L’auspicio, che è anche una pretesa di civiltà, è che chi ha commesso un atto così aberrante ne risponda pienamente. La giustizia deve ora fare il suo corso, superando i limiti di una legislazione che ha sì inasprito le sanzioni, ma che fatica ancora a scuotere le coscienze più oscure. Se il rigore della legge resta confinato sulla carta, senza trasformarsi in un deterrente concreto contro questa ferocia esibita, l’orrore continuerà a trovare spazio nelle pieghe dell’indifferenza e dell’impunità. La battaglia culturale contro l’abuso è ancora lunga e impervia, disseminata di pregiudizi secondo cui la sofferenza animale sarebbe un “problema minore” rispetto ad altre urgenze sociali. ​Non dobbiamo, e non possiamo, permetterci il lusso cinico di abituarci all’orrore, né di derubricare questa vicenda a un isolato episodio di follia rurale. Non dobbiamo permettere che la rabbia e l’indignazione di queste ore evaporino nel giro di un ciclo di notizie, diventando l’indifferenza distratta di domani. Perché in quel momento preciso, mentre quel pick-up correva trascinando una vita nell’infamia, si è bruscamente interrotta ogni nostra pretesa di superiorità morale. Restiamo umani, se ancora siamo in grado di ricordare il significato profondo di questo termine. Solo restando profondamente scossi, indignati e attivi di fronte a questa ferocia, possiamo sperare di guarire una società che sembra aver smarrito la capacità di sentire il battito del cuore altrui.


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