L’Italia di Meloni nel 2026: una sedia in un angolo nel nuovo scacchiere globale
C’è un’immagine che spiega bene cosa sta succedendo al governo italiano all’inizio di questo 2026: quella di una sedia aggiunta all’ultimo momento. Giorgia Meloni non è stata sbattuta fuori dalla stanza dove si decide il futuro del mondo, ma la sua sedia è finita in un angolo, lontano dal capotavola dove siedono i leader che contano davvero. È la fotografia vivida di una nuova fase politica: Meloni non è realmente esclusa, ma non è nemmeno più protagonista. È dentro i giochi, ma ai margini dei tavoli dove si definiscono le grandi linee strategiche, in una posizione che appare oggi più prudente che influente. Il dinamismo che aveva caratterizzato i suoi primi passi internazionali sembra aver ceduto il passo a una gestione più opaca, dove l’Italia non viene più cercata come partner d’iniziativa, ma consultata quasi per dovere istituzionale. A Bruxelles, dire che l’Italia è isolata sarebbe un errore grossolano, ma è innegabile che il suo peso politico specifico sia diminuito drasticamente. La Premier partecipa con costanza a tutti i vertici, firma i documenti sui migranti e discute della gestione dei fondi europei, ma la sensazione è che non sia più lei a dare il ritmo alle danze o a proporre soluzioni di rottura. Se nel 2023 sembrava l’interlocutrice privilegiata e quasi “insostituibile” di Ursula von der Leyen, oggi l’Italia viene vista come un partner che segue le decisioni altrui anziché guidarle. Mentre l’asse tra Francia e Germania – ora rinvigorito dalla leadership del nuovo cancelliere Friedrich Merz – continua a dettare le regole del gioco sulla difesa comune e sulle riforme economiche, Roma interviene spesso solo per proteggere i propri interessi immediati o per chiedere piccole deroghe. Il problema è anche di natura squisitamente politica: il partito di Meloni resta ancorato a famiglie europee che faticano a uscire dalla marginalità, rendendo ogni sua richiesta una faticosa trattativa diplomatica “caso per caso” piuttosto che il frutto di una visione condivisa con i grandi partner continentali.
Dall’altra parte dell’oceano, il rapporto con Donald Trump è l’esempio perfetto di questa crescente ambiguità diplomatica. Sebbene Meloni sia vista a Washington come un’alleata affidabile, corretta e fedele alla linea della NATO, non viene più considerata una figura di riferimento strategico per le scelte di fondo della Casa Bianca. Per l’amministrazione americana, l’Italia è diventata un “partner di servizio”: utile per mantenere la stabilità nel Mediterraneo e per garantire basi logistiche sicure, ma non abbastanza centrale da essere consultata prima che le grandi decisioni globali vengano prese. In un mondo dove Trump ragiona per interessi diretti, accordi transazionali e scambi immediati, la Premier italiana viene percepita come una figura che “va dove soffia il vento”, capace di adattarsi con estrema abilità per sopravvivere politicamente. Questa flessibilità tattica, se da un lato le permette di restare in piedi, dall’altro le toglie quella credibilità e quella forza necessaria per sedersi stabilmente al centro della scena internazionale insieme ai veri “grandi”.
Questa scelta di “galleggiare” per evitare tempeste esterne sta però facendo i conti con i violenti marosi interni che minacciano di travolgere la maggioranza. La sonora sconfitta al referendum sulla giustizia del 23 marzo, che ha visto il “No” prevalere nettamente, ha aperto una voragine politica proprio nel cuore dell’esecutivo. Il Ministero della Giustizia resta oggi un ufficio paralizzato dalle dimissioni irrevocabili del sottosegretario Andrea Delmastro e del capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, travolti dall’esito del voto e dalle polemiche sulle loro dichiarazioni. In questo clima di resa dei conti, la stessa Meloni ha impresso una svolta chiedendo “sensibilità istituzionale” e ottenendo persino le dimissioni della ministra del Turismo Daniela Santanchè, da tempo stretta tra i processi e la necessità della Premier di ripulire l’immagine di un governo ormai insanabile e che sembra aver perso ogni bussola. In Italia, Meloni resta ancora al potere, ma il vento è cambiato: l’opposizione dopo il risultato referendario non è più un arcipelago frammentato, così come poteva apparire prima, e tra crisi ministeriali e una rilevanza mondiale in calo, il rischio per la Premier è ormai evidente: quello di diventare una “comparsa di lusso”, una leader che compare in ogni foto di gruppo ma che non viene mai interpellata quando c’è da decidere il corso della storia.
