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Il tribunale del sospetto: se la piazza diventa un reato d’opinione 

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06.02.2026

​Di fronte agli eventi di Torino, il dibattito pubblico italiano non si è limitato a condannare gli episodi di violenza — atto doveroso che appartiene al perimetro della convivenza civile — ma ha operato un salto di natura autoritaria che è puramente e ferocemente pregiudiziale. Non c’è stata analisi, non c’è stato ragionamento: si è attivato un automatismo ideologico che ha trasformato la partecipazione collettiva in una colpa d’origine. È l’instaurazione di un tribunale del sospetto che non attende i fatti, ma li precede, trasformando l’aria stessa che si respira in una manifestazione di cinquantamila persone in una prova indiziaria di massa. Questo approccio trasforma la piazza da luogo del dissenso a scena del crimine potenziale, dove la semplice presenza fisica diventa un marchio d’infamia da cui il cittadino deve difendersi preventivamente, invertendo l’onere della prova: non è lo Stato a dover dimostrare la colpa, è il manifestante a dover dimostrare la propria “distanza” morale dal contesto in cui ha scelto di stare.
​Il primo fenomeno a cui abbiamo assistito è l’ormai consueta, eppure sempre più asfissiante, corsa alla dissociazione da parte delle opposizioni. Le forze di centrosinistra, terrorizzate dall’essere dipinte come “fiancheggiatrici” dalle corazzate mediatiche di governo, si sono affrettate a esibire certificati di buona condotta democratica, finendo però per cadere in una trappola retorica paralizzante che ne annulla l’identità. Questa dinamica rivela una fragilità strutturale e una subalternità culturale: l’opposizione accetta passivamente il campo da gioco e il lessico dettato dall’avversario, convalidando implicitamente il pregiudizio che ogni protesta radicale sia intrinsecamente sospetta. Quando la politica smette di parlare delle ragioni profonde della protesta — la povertà che morde........

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