Il Grande Strappo: Trump, Netanyahu e il funerale delle Nazioni Unite
L’attacco congiunto su Teheran segna il crollo del diritto internazionale: quando la forza bruta di Washington e Tel Aviv sostituisce la legge del mondo.
L’alba di questa mattina su Teheran non ha portato il sole, ma il bagliore sinistro e accecante delle esplosioni che hanno squarciato il silenzio di un’intera regione, segnando forse il punto di non ritorno per la stabilità globale. Mentre i dispacci ufficiali che giungono da Washington e Tel Aviv celebrano con freddo cinismo il successo di un’operazione definita “necessaria per la sicurezza delle democrazie”, il resto del mondo si sveglia immerso in un’epoca oscura, dove il diritto internazionale non è più un codice di civile convivenza, ma un fastidioso ostacolo da aggirare con la forza bruta. Le notizie che filtrano attraverso i canali indipendenti sono frammentarie ma atroci: raid presentati come “chirurgici” hanno sbriciolato interi isolati, lasciando sul campo le macerie fumanti di quartieri residenziali dove la vita scorreva ignara fino a pochi istanti prima. Il simbolo di questa barbarie è la scuola elementare femminile di Minab: tra le macerie di quelle aule sono rimasti i corpi di 108 bambine, uccise mentre la loro unica colpa era quella di trovarsi a scuola. Eppure, la narrazione dominante ci impone ancora una volta di chiamare questo massacro un “attacco preventivo”, una sorta di male necessario somministrato da chi si è autoeletto chirurgo del mondo. Assistiamo oggi alla consacrazione definitiva di un paradosso devastante e brutale: un autoproclamato “boss mondiale”, il Presidente Donald Trump, e il suo alleato più stretto, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, hanno deciso in una stanza chiusa e lontano da ogni consesso internazionale chi ha il diritto di continuare a esistere e chi, invece, deve morire. È un verdetto emesso nel segreto dei comandi militari, senza il minimo passaggio preventivo dall’Assemblea Generale dell’Onu, senza consultare i partner internazionali e in totale spregio a ogni statuto che l’umanità si era faticosamente data dopo gli orrori del 1945 per evitare il baratro della distruzione totale. La domanda che gela il sangue è semplice nella sua tragicità: quale Paese ha oggi il permesso di essere bombardato e quale, invece, si arroga il diritto divino di colpire civili inermi dall’alto della sua superiorità tecnologica, agendo come se le leggi universali non si applicassero ai potenti? Se la risposta a questo interrogativo dipende esclusivamente dalla potenza di fuoco e non dalla legittimità giuridica, allora dobbiamo ammettere che la democrazia non è più un valore da difendere, ma una maschera logora utilizzata per coprire un nuovo, feroce imperialismo. Definire “Stato genocida” il governo guidato da Netanyahu, che oggi si macchia di crimini sistematici contro una popolazione civile con l’avallo politico e logistico dell’amministrazione Trump, non è più una provocazione, ma la cronaca amara di una realtà in cui la forza ha definitivamente sostituito il dialogo. Chiunque non abbia ancora smarrito il senno e il senso del diritto sa perfettamente che l’attacco di oggi in Iran è una notizia catastrofica per l’intero pianeta. Le conseguenze di questo atto di forza cieca saranno infinitamente peggiori della permanenza al potere di qualsiasi dittatore; abbiamo sacrificato la pace sull’altare di una supremazia che non accetta limiti, né confini, né tribunali. Il messaggio che passa al resto del mondo è di un’arroganza senza precedenti, un monito che suona come una condanna per chiunque non si allinei: un potere che non risponde a nessuno è un potere che ha già smarrito la propria anima democratica. Stiamo scavando un solco incolmabile tra “noi”, i presunti illuminati dell’Occidente, e il resto del pianeta, continuando a raccontarci la favola di sedere dalla parte “buona, sana e giusta del mondo”. Ma questa sedicente giustizia, esercitata attraverso il lancio di missili balistici su una capitale che ospita milioni di anime, non genererà mai stabilità. Al contrario, semina un rancore profondo che prima o poi busserà alle nostre porte. Il benessere che oggi crediamo intoccabile è costruito su fondamenta di profonda ipocrisia, e il prezzo di questo silenzio lo pagheremo tutti noi, testimoni di una deriva autoritaria che sta trasformando il pianeta in una polveriera pronta a esplodere sotto i piedi di chi si sente al sicuro. Mentre le cancellerie internazionali balbettano comunicati di sterile preoccupazione, le istituzioni nate per garantire la sicurezza collettiva appaiono oggi come simulacri vuoti. Se il diritto internazionale può essere trattato impunemente come cenere dispersa al vento dai calzari di nuovi conquistatori, allora siamo tornati ufficialmente alla legge della giungla, dove l’unica regola rimasta è quella del più forte e del più armato. L’attacco di oggi non ha colpito solo obiettivi strategici a Teheran; ha colpito a morte l’idea stessa di civiltà giuridica. L’azione coordinata di Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha ucciso la speranza che possa esistere un ordine mondiale basato sulla legge, sul rispetto della sovranità e sulla tutela della vita umana, sostituendola con la nuda volontà di potenza di due attori che si credono ormai i padroni assoluti del destino di ogni singolo popolo sulla Terra.
