«Io sono dalla parte dell’asino»: il martirio di Balthazar e l’ingratitudine umana
In un’epoca di preoccupante deriva morale, dove l’empatia sembra essere diventata un lusso e la velocità dei consumi sta inaridendo la nostra capacità di commuoverci davanti alla fragilità, il ritorno nelle sale di “Au Hasard Balthazar” non è solo un evento culturale. Questo capolavoro, finalmente restituito alla sua originaria purezza visiva grazie a un meticoloso restauro e reinserito nella grande distribuzione cinematografica, si erge come un monito necessario. In un mondo cinico che confonde sistematicamente la santità con la debolezza e l’umiltà con l’insignificanza, l’asino Balthazar appare come una figura cristologica di sconvolgente potenza, un martire a quattro zampe che attraversa le tappe di una via crucis senza fine. La sua unica, imperdonabile colpa è quella di essere vivo, di essere intrinsecamente umile e, soprattutto, di appartenere a una specie — quella umana — che possiede l’atroce capacità di trasformare la purezza in un bersaglio. Bresson non ci regala una visione antropomorfizzata dell’animale; al contrario, lo lascia essere “asino” fino in fondo, caricandolo però di uno sguardo che sembra assorbire tutti i peccati del mondo, diventando il testimone muto di una violenza che non comprende, ma che accetta con una dignità che annichilisce l’osservatore. Il film si dipana come una parabola spietata sulla genesi e la proliferazione dell’ingratitudine. Balthazar inizia la sua esistenza circondato dalle carezze idilliache di Jacques e Maria — figli di ricchi proprietari terrieri a cui l’asino era stato regalato forse per il solo, fatuo divertimento di un’estate. Quel battesimo celebrato quasi per........
