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«Io sono dalla parte dell’asino»: il martirio di Balthazar e l’ingratitudine umana

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23.02.2026

​In un’epoca di preoccupante deriva morale, dove l’empatia sembra essere diventata un lusso e la velocità dei consumi sta inaridendo la nostra capacità di commuoverci davanti alla fragilità, il ritorno nelle sale di “Au Hasard Balthazar” non è solo un evento culturale. Questo capolavoro, finalmente restituito alla sua originaria purezza visiva grazie a un meticoloso restauro e reinserito nella grande distribuzione cinematografica, si erge come un monito necessario. In un mondo cinico che confonde sistematicamente la santità con la debolezza e l’umiltà con l’insignificanza, l’asino Balthazar appare come una figura cristologica di sconvolgente potenza, un martire a quattro zampe che attraversa le tappe di una via crucis senza fine. La sua unica, imperdonabile colpa è quella di essere vivo, di essere intrinsecamente umile e, soprattutto, di appartenere a una specie — quella umana — che possiede l’atroce capacità di trasformare la purezza in un bersaglio. Bresson non ci regala una visione antropomorfizzata dell’animale; al contrario, lo lascia essere “asino” fino in fondo, caricandolo però di uno sguardo che sembra assorbire tutti i peccati del mondo, diventando il testimone muto di una violenza che non comprende, ma che accetta con una dignità che annichilisce l’osservatore. ​Il film si dipana come una parabola spietata sulla genesi e la proliferazione dell’ingratitudine. Balthazar inizia la sua esistenza circondato dalle carezze idilliache di Jacques e Maria — figli di ricchi proprietari terrieri a cui l’asino era stato regalato forse per il solo, fatuo divertimento di un’estate. Quel battesimo celebrato quasi per........

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