«Io sono dalla parte dell’asino»: il martirio di Balthazar e l’ingratitudine umana
In un’epoca di preoccupante deriva morale, dove l’empatia sembra essere diventata un lusso e la velocità dei consumi sta inaridendo la nostra capacità di commuoverci davanti alla fragilità, il ritorno nelle sale di “Au Hasard Balthazar” non è solo un evento culturale. Questo capolavoro, finalmente restituito alla sua originaria purezza visiva grazie a un meticoloso restauro e reinserito nella grande distribuzione cinematografica, si erge come un monito necessario. In un mondo cinico che confonde sistematicamente la santità con la debolezza e l’umiltà con l’insignificanza, l’asino Balthazar appare come una figura cristologica di sconvolgente potenza, un martire a quattro zampe che attraversa le tappe di una via crucis senza fine. La sua unica, imperdonabile colpa è quella di essere vivo, di essere intrinsecamente umile e, soprattutto, di appartenere a una specie — quella umana — che possiede l’atroce capacità di trasformare la purezza in un bersaglio. Bresson non ci regala una visione antropomorfizzata dell’animale; al contrario, lo lascia essere “asino” fino in fondo, caricandolo però di uno sguardo che sembra assorbire tutti i peccati del mondo, diventando il testimone muto di una violenza che non comprende, ma che accetta con una dignità che annichilisce l’osservatore. Il film si dipana come una parabola spietata sulla genesi e la proliferazione dell’ingratitudine. Balthazar inizia la sua esistenza circondato dalle carezze idilliache di Jacques e Maria — figli di ricchi proprietari terrieri a cui l’asino era stato regalato forse per il solo, fatuo divertimento di un’estate. Quel battesimo celebrato quasi per gioco tra i bambini sembrava voler sancire un patto eterno di protezione e affetto, ma la vita, nella sua cruda realtà, non è una fiaba e non ammette redenzioni facili. Con il passare inesorabile degli anni, quell’impegno originario si sgretola sotto il peso dell’egoismo adulto, della noia esistenziale e della crudeltà metodica di chi, come il giovane Gérard — capobanda spietato e simbolo di una gioventù nichilista che trova piacere solo nel dominio e nella tortura — vede nell’animale solo un oggetto inanimato su cui sfogare il proprio vuoto interiore. L’asino diventa così il ricettacolo di ogni bassezza umana: usato come strumento di piacere sadico, come vittima del vizio autodistruttivo di Arnold, l’alcolizzato del villaggio in cui l’abbrutimento morale ha cancellato ogni barlume di pietà, o come ingranaggio senziente nella macchina dell’avidità di un padrone che lo riduce a mera forza motrice, negandogli persino il diritto al riposo. Il parallelismo tra il destino di Maria (interpretata nel film dall’attrice Anne Wiazemsky, che con la sua bellezza acerba e malinconica incarna perfettamente la fragilità del personaggio) e quello di Balthazar è il nervo scoperto che rende la narrazione ancora più insopportabile e profonda. Entrambi sono creature spinte ai margini, entrambi subiscono la prepotenza di un mondo che non ha spazio per la fragilità. Mentre Maria, in una sorta di tragico smarrimento spirituale, si lascia trascinare dal fascino distruttivo di chi la umilia e la svuota della sua dignità, Balthazar sopporta i colpi e le angherie con un silenzio assoluto. Questa “santità” dell’asino non nasce da una scelta morale consapevole, ma da una natura che non conosce il male e dunque non sa come ribellarsi ad esso se non attraverso una accettazione stoica. Il suo è un silenzio che urla, una presenza che diventa uno specchio deformante in cui ogni personaggio umano rivela la propria meschinità, mostrando come l’ingratitudine non sia solo l’oblio di un bene ricevuto, ma l’attiva distruzione dell’innocenza altrui per giustificare le proprie miserie. La conclusione del film rappresenta una delle vette poetiche più alte e strazianti della storia del cinema mondiale. Balthazar, ormai ferito a morte, stanco di un vagabondare che è stato solo un lungo addio alla vita, si spegne lentamente circondato da un gregge di pecore in un pascolo d’alta quota. In quella scena, tra il suono ipnotico dei campanacci e l’indifferenza solenne della natura, il cerchio dell’infelicità umana finalmente si spezza. È l’istante supremo in cui l’ingratitudine degli uomini cessa di avere potere su di lui e inizia una pace trascendentale. L’umanità, nel suo complesso, ne esce sconfitta: non è stata capace di custodire la bellezza e la fedeltà che le erano state affidate, preferendo la sopraffazione alla cura. La morte di Balthazar non è solo la fine di un animale, ma il tramonto definitivo di una possibilità di grazia che l’uomo ha calpestato fino all’ultimo respiro. Vidi questo film per la prima volta all’età di nove anni, un’epoca della vita in cui i confini tra realtà e finzione sono ancora permeabili e il cuore è indifeso davanti all’ingiustizia. Ne rimasi profondamente colpito, quasi segnato; mi si spezzò letteralmente il cuore nel vedere quella creatura così divina, così mite, prima sistematicamente maltrattata dalla ferocia umana e poi abbandonata alla morte nella solitudine di un pascolo. Forse è proprio da lì, dallo shock di quella storia così drammaticamente vera nonostante fosse “solo un film”, che è germogliato il mio umanesimo verso la vita tutta. Quell’asino morente mi ha insegnato, più di mille discorsi, che ogni forma di esistenza merita rispetto e che la nostra umanità si misura proprio dalla capacità di non tradire mai chi non ha voce per difendersi. Dobbiamo comprendere che finché non impareremo a rispettare profondamente la vita degli animali e la sacralità della natura che ci circonda, l’essere umano non avrà mai scampo. La nostra salvezza non risiede nel dominio, ma nella capacità di riconoscerci parte di un respiro comune. Se continuiamo a ignorare il dolore di chi è più fragile, condanniamo noi stessi a una solitudine spirituale senza ritorno; perché un mondo capace di veder morire Balthazar nell’indifferenza è un mondo che ha già rinunciato alla propria speranza. Nota critica: Opera ellittica che predilige il gesto straniato e la stilizzazione alla cronaca realista, il film di Bresson ci sfida con l’idea bizzarra e sublime di eleggere a protagonista un “santo” animale. Balthazar subisce, come in un calvario laico, la congenita imbecillità di un’umanità capace di esprimersi solo attraverso la violenza gratuita, la crudeltà e la bramosia di denaro. In un mondo dove l’onestà non paga e l’amore appare impossibile, la pellicola si abbandona con dolore a un cinismo disilluso, cullata dalle note dolenti della Sonata n. 20 di Schubert, unico contrappunto di bellezza in un abisso di fango.
