L’eco dell’innocenza infranta
Con interventi di storici ed esperti e un’affluenza straordinaria di pubblico, la FIAP (Federazione Italiana Associazione Partigiani), nell’ambito del suo costante e meritevole impegno culturale, ha recentemente presentato, presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma, un testo che certamente non passa inosservato, il roman à essai: CENERE E SILENZIO. LA VERA STORIA DI UN PIEPEL AD AUSCHWITZ di Maria Pia Selvaggio, pubblicato nel 2025 da Selvaggio Edizioni.
Il libro, basato su una testimonianza autentica, non è soltanto un’opera coraggiosa e necessaria, non è soltanto un’opera intrisa di cultura storico-letteraria con rimandi, citazioni, riflessioni e approfondimenti sempre interessanti e sempre pertinenti che impreziosiscono la scrittura, è anche e innanzitutto un racconto che afferra l’anima e la scuote dalle fondamenta perché pagina dopo pagina tenta di illuminare la zona più oscura del nazismo, l’aspetto della Shoah che finora è stato più difficile da rivelare e da affrontare: l’atroce violenza sui bambini e la vicenda dei piepel, i ragazzini appena adolescenti, spesso polacchi o ebrei, ridotti a schiavi personali dei kapò, vittime di sfruttamento fisico, emotivo e sessuale in un sistema caratterizzato dal terrore gerarchico e dallo svanire dell’umanità. Non bisogna dimenticare che i Kapò venivano scelti tra, di gran lunga, i peggiori dei prigionieri, quasi sempre tra i famigerati “triangoli verdi”: i criminali comuni, i più disposti a infierire sui compagni di sventura e a collaborare con le SS naziste.
Se studiare la Shoah rischia di distruggere in noi per sempre la fiducia nell’umanità, se studiare la vita e il comportamento dei numerosissimi giusti e resistenti c’è la restituisce all’istante, certamente le inverosimili violenze subite dai più giovani risultano l’argomento di studio più difficile e più angosciante perché i piccoli sono fragili e hanno minore capacità di resistenza nei confronti della criminalità degli adulti in generale e dei pedofili in particolare, ed è più facile distruggerne l’anima devastandola per il resto della vita, ed è più facile annientarli nella insana identificazione vittima-carnefice che, come oggi sappiamo, è tra le patologie più difficili da affrontare anche nelle psicoterapie. Perché se n’è sempre parlato così poco? Più con sussurri che con lucide e approfondite analisi? Non solo perché impossibile sembra una qualsiasi forma di resistenza e straziante si fa il dolore e il rimpianto per non essere stati capaci di proteggere e salvare almeno i più giovani, almeno i più piccoli, ma anche perché “nel dopo” sembrava impossibile qualsiasi forma di riscatto e di rielaborazione di quanto subito e di quanto agito per indifesa debolezza e/o per collaborazionismo, al quale si veniva costretti e ridotti dalla lotta per la sopravvivenza in condizioni estreme. Riscatto che invece si delinea nella chiusura del racconto, come possibilità reale, attraverso il rapporto intenso e sincero con una ragazza amata e amante, rapporto sano, nonostante tutto, e che assume il valore simbolico di un possibile recupero dell’umanità perduta.
Selvaggio non si limita a descrivere, evoca, e attraverso pagine intrise di dolore e resilienza ci immerge in quell’inferno in terra, in un turbine di immagini sensoriali, l’odore soffocante della cenere, il gelo paralizzante delle baracche e degli spazi aperti, il disgusto insostenibile per gli abusi sessuali, il silenzio assordante interrotto soltanto dai lamenti spesso sommessi, a volte laceranti. Certamente “Cenere e Silenzio” è un’immersione nell’abisso e una sfida a confrontarsi con l’orrore, non per voyeurismo piuttosto per la ricerca di una catarsi collettiva, e che infine propone una risalita verso la luce della conoscenza e della possibilità di riscatto sociale e personale. È un invito al lettore a farsi custode della memoria nella consapevolezza dell’influenza che la memoria esercita sulla vita individuale e culturale e sulle politiche sociali, e in un mondo frammentato da conflitti e divisioni ci ricorda che “il silenzio” è il vero nemico da combattere e sconfiggere e che solo studiando e scoprendo la realtà umana per quello che è, senza mai rinunciare al pensiero e alla parola, possiamo evitare che la cenere del passato soffochi il futuro.
Nei giorni successivi, dopo aver letto con attenzione il libro, ho parlato a lungo con l’autrice. Si coglie nella lettura una tua particolare sensibilità femminile.Come autrice donna, ho inteso sfidare un tabù del dopoguerra, quando gravissimi traumi sono stati spesso silenziati per vergogna e/o per difficoltà di rielaborazione, e ho proposto una prospettiva empatica sulle vulnerabilità maschili quasi sempre sottovalutate, arricchendo la letteratura femminile sulla Shoah (si pensi a Irène Némirovsky o Etty Hillesum). Basandomi su testimonianze autentiche e collegandomi a studi storici come quelli di Joan Ringelheim sulle problematiche di genere, durante quel periodo, ho descritto con dolorosa intensità gli abusi come atti di dominio che riducevano i piepel a oggetti, intrecciando violenza fisica a umiliazione psicologica. Ho sottolineato l’uso del sesso come arma di degradazione da parte dei nazisti, invitando a una rilettura femminista della memoria per denunciare gerarchie patriarcali persistenti. Collegandomi agli studi su genere e Olocausto, pongo il focus sull’adolescenza dei piepel, evidenziando temi di innocenza violata, peculiari di un genere dominato da voci maschili come Levi o Frankl, e promuovo una comprensione intersezionale del trauma,. L’obiettivo è sempre quello di favorire l’emergere di una memoria più inclusiva. Si coglie anche un forte impegno sociale e politico.Nell’epoca post-Adorno, quando ci si chiede se e come sia possibile scrivere poesie dopo Auschwitz, il mio roman à essai vuole affermare che la letteratura può e deve aiutare a ricostruire la dignità umana perduta, contribuendo a una “politica sociale della memoria” che educhi le generazioni future. Riecheggiando il “dovere della testimonianza” evocato da Bassani nei suoi scritti, vorrei che il mio libro fosse uno strumento. La memoria non è mai passiva, al contrario è un atto etico contro l’oblio e contro la violenza risorgente. C’è sempre necessità di una memoria attiva e io, come Bassani in “Il Giardino dei Finzi-Contini”, uso la narrazione per umanizzare le vittime, focalizzandomi su un aspetto solo apparentemente marginale come la vicenda dei piepel, spesso omessi nelle grandi narrazioni storiche.Ovviamente il contesto storico è essenziale per comprendere la gravità della tragedia e in Italia, dove la Shoah ha lasciato cicatrici profonde – basti pensare alle deportazioni da Roma o da Fossoli – opere come questa si pongono nel solco della tradizione letteraria di testimonianze come quelle di Levi o di Bassani.Durante la Seconda Guerra Mondiale, il campo di sterminio di Auschwitz era un microcosmo di degradazione umana, nel quale i kapò – prigionieri promossi a sorveglianti – esercitavano un potere assoluto sui più deboli e i piepel, selezionati per la loro giovinezza e vulnerabilità, venivano costretti a compiti umilianti, spesso accompagnati da abusi sistematici e sfruttamento sessuale. I piepel, giovani servi dei kapò, incarnano una “zona grigia” – termine coniato da Primo Levi per descrivere le ambiguità morali nel Lager – dove le vittime si trovavano invischiate in dinamiche di potere perverse e, per sopravvivere, erano costrette a trasformarsi in complici.Ho tentato di trattare questo tema con sensibilità storica, basandomi sulle testimonianze e collegandomi a opere come “I Sommersi e i Salvati” di Levi per smascherare non solo la brutalità nazista ma anche le gerarchie interne ai campi, caratterizzate da disperazione e collaborazionismo.. .Ho attinto a testimonianze ed archivi, per descrivere la realtà con precisione chirurgica, evitando stereotipi per focalizzarmi sull’umanità spezzata del protagonista. Molto, molto interessante è il tema del “silenzio”.Il libro non è una mera cronaca, è anche un’indagine filosofica su quel “silenzio”complice che ha permesso l’Olocausto e, nel periodo post-bellico, ha perpetuato traumi invisibili e non rielaborabili. Il “silenzio” si riferisce non solo all’oppressione nei Lager ma anche all’ incapacità di “ascolto” post-bellica. Uso questo termine anche per oppormi al negazionismo moderno, parallelamente alle riflessioni di autori come Nelly Sachs o Paul Celan, che trasformano “ il silenzio e l’oblio” in poesia profetica sul pericolo sempre presente che l’orrore si ripeta. Il libro invita a rompere il “silenzio”, rafforzando la resilienza ebraica e universale contro l’odio, e combatte il negazionismo ancorando la narrazione a dati verificabili, come documenti d’archivio e testimonianze di sopravvissuti, anche con descrizioni viscerali che rendano innegabile l’orrore. Come Deborah Lipstadt nel suo “Denying the Holocaust”, uso l’intensità emotiva per smantellare i negazionismi, promovendo una memoria vigile che contrasti la falsificazione dell’informazione. Compito essenziale in un contesto europeo di odio e antisemitismo persistenti e risorgenti, in un mondo che corre verso l’oblio e dove le lezioni della storia si dissolvono come nebbia al mattino. Spero che oggi “Cenere e Silenzio” funga da monito: la cenere può essere spazzata via, ma il “silenzio”, se non spezzato, inghiotte la verità. Il tuo è un romanzo che, nello stesso tempo, può essere letto quasi come un saggioLo stile ibrido – saggio intrecciato a romanzo – mi ha permesso di fondere fatti storici con introspezione emotiva, rendendo l’orrore accessibile senza diluirlo. Come ne “La Notte” di Wiesel che usa l’autobiografia per evocare l’assenza di Dio nei campi, o in “Essere senza destino” di Kertész che adotta un tono distaccato per amplificare l’assurdo, alla narrazione ho intrecciato elementi saggistici, citando documenti dell’epoca e riflessioni su figure di importanti studiosi. Questo peculiare ibridismo eleva il libro da mera cronaca a riflessione filosofica sulla condizione umana e la riflessione, attraverso dialoghi taglienti e introspezioni laceranti, evidenzia la disumanizzazione. Ispirandomi alla Arendt, mostro come la banalità si manifesti in abusi quotidiani, e amplifico l’orrore attraverso la lente adolescenziale – un’età di formazione, corrotta e spezzata in quel mondo dove il piepel, innocente, fronteggia la routine burocratica del male. Questo approccio intenso arricchisce il dibattito storico, collegandosi a testimonianze come quella di Filip Müller, e sottolinea come l’indifferenza ordinaria perpetui i traumi, rendendo il libro un atto d’accusa contro l’umanità distratta e anaffettiva che si trasforma in complice.Il piepel del titolo è un grido contro la macchina della morte nazista ma è anche il simbolo di tutti i giovani derubati della loro adolescenza.
Nei giorni successivi, dopo aver letto con attenzione il libro, ho parlato a lungo con l’autrice.
Si coglie nella lettura una tua particolare sensibilità femminile.
Come autrice donna, ho inteso sfidare un tabù del dopoguerra, quando gravissimi traumi sono stati spesso silenziati per vergogna e/o per difficoltà di rielaborazione, e ho proposto una prospettiva empatica sulle vulnerabilità maschili quasi sempre sottovalutate, arricchendo la letteratura femminile sulla Shoah (si pensi a Irène Némirovsky o Etty Hillesum). Basandomi su testimonianze autentiche e collegandomi a studi storici come quelli di Joan Ringelheim sulle problematiche di genere, durante quel periodo, ho descritto con dolorosa intensità gli abusi come atti di dominio che riducevano i piepel a oggetti, intrecciando violenza fisica a umiliazione psicologica. Ho sottolineato l’uso del sesso come arma di degradazione da parte dei nazisti, invitando a una rilettura femminista della memoria per denunciare gerarchie patriarcali persistenti. Collegandomi agli studi su genere e Olocausto, pongo il focus sull’adolescenza dei piepel, evidenziando temi di innocenza violata, peculiari di un genere dominato da voci maschili come Levi o Frankl, e promuovo una comprensione intersezionale del trauma,. L’obiettivo è sempre quello di favorire l’emergere di una memoria più inclusiva.
Si coglie anche un forte impegno sociale e politico.
Nell’epoca post-Adorno, quando ci si chiede se e come sia possibile scrivere poesie dopo Auschwitz, il mio roman à essai vuole affermare che la letteratura può e deve aiutare a ricostruire la dignità umana perduta, contribuendo a una “politica sociale della memoria” che educhi le generazioni future. Riecheggiando il “dovere della testimonianza” evocato da Bassani nei suoi scritti, vorrei che il mio libro fosse uno strumento. La memoria non è mai passiva, al contrario è un atto etico contro l’oblio e contro la violenza risorgente. C’è sempre necessità di una memoria attiva e io, come Bassani in “Il Giardino dei Finzi-Contini”, uso la narrazione per umanizzare le vittime, focalizzandomi su un aspetto solo apparentemente marginale come la vicenda dei piepel, spesso omessi nelle grandi narrazioni storiche.
Ovviamente il contesto storico è essenziale per comprendere la gravità della tragedia e in Italia, dove la Shoah ha lasciato cicatrici profonde – basti pensare alle deportazioni da Roma o da Fossoli – opere come questa si pongono nel solco della tradizione letteraria di testimonianze come quelle di Levi o di Bassani.
Durante la Seconda Guerra Mondiale, il campo di sterminio di Auschwitz era un microcosmo di degradazione umana, nel quale i kapò – prigionieri promossi a sorveglianti – esercitavano un potere assoluto sui più deboli e i piepel, selezionati per la loro giovinezza e vulnerabilità, venivano costretti a compiti umilianti, spesso accompagnati da abusi sistematici e sfruttamento sessuale. I piepel, giovani servi dei kapò, incarnano una “zona grigia” – termine coniato da Primo Levi per descrivere le ambiguità morali nel Lager – dove le vittime si trovavano invischiate in dinamiche di potere perverse e, per sopravvivere, erano costrette a trasformarsi in complici.
Ho tentato di trattare questo tema con sensibilità storica, basandomi sulle testimonianze e collegandomi a opere come “I Sommersi e i Salvati” di Levi per smascherare non solo la brutalità nazista ma anche le gerarchie interne ai campi, caratterizzate da disperazione e collaborazionismo.. .
Ho attinto a testimonianze ed archivi, per descrivere la realtà con precisione chirurgica, evitando stereotipi per focalizzarmi sull’umanità spezzata del protagonista.
Molto, molto interessante è il tema del “silenzio”.
Il libro non è una mera cronaca, è anche un’indagine filosofica su quel “silenzio”complice che ha permesso l’Olocausto e, nel periodo post-bellico, ha perpetuato traumi invisibili e non rielaborabili. Il “silenzio” si riferisce non solo all’oppressione nei Lager ma anche all’ incapacità di “ascolto” post-bellica. Uso questo termine anche per oppormi al negazionismo moderno, parallelamente alle riflessioni di autori come Nelly Sachs o Paul Celan, che trasformano “ il silenzio e l’oblio” in poesia profetica sul pericolo sempre presente che l’orrore si ripeta. Il libro invita a rompere il “silenzio”, rafforzando la resilienza ebraica e universale contro l’odio, e combatte il negazionismo ancorando la narrazione a dati verificabili, come documenti d’archivio e testimonianze di sopravvissuti, anche con descrizioni viscerali che rendano innegabile l’orrore. Come Deborah Lipstadt nel suo “Denying the Holocaust”, uso l’intensità emotiva per smantellare i negazionismi, promovendo una memoria vigile che contrasti la falsificazione dell’informazione. Compito essenziale in un contesto europeo di odio e antisemitismo persistenti e risorgenti, in un mondo che corre verso l’oblio e dove le lezioni della storia si dissolvono come nebbia al mattino. Spero che oggi “Cenere e Silenzio” funga da monito: la cenere può essere spazzata via, ma il “silenzio”, se non spezzato, inghiotte la verità.
Il tuo è un romanzo che, nello stesso tempo, può essere letto quasi come un saggio
Lo stile ibrido – saggio intrecciato a romanzo – mi ha permesso di fondere fatti storici con introspezione emotiva, rendendo l’orrore accessibile senza diluirlo. Come ne “La Notte” di Wiesel che usa l’autobiografia per evocare l’assenza di Dio nei campi, o in “Essere senza destino” di Kertész che adotta un tono distaccato per amplificare l’assurdo, alla narrazione ho intrecciato elementi saggistici, citando documenti dell’epoca e riflessioni su figure di importanti studiosi. Questo peculiare ibridismo eleva il libro da mera cronaca a riflessione filosofica sulla condizione umana e la riflessione, attraverso dialoghi taglienti e introspezioni laceranti, evidenzia la disumanizzazione. Ispirandomi alla Arendt, mostro come la banalità si manifesti in abusi quotidiani, e amplifico l’orrore attraverso la lente adolescenziale – un’età di formazione, corrotta e spezzata in quel mondo dove il piepel, innocente, fronteggia la routine burocratica del male. Questo approccio intenso arricchisce il dibattito storico, collegandosi a testimonianze come quella di Filip Müller, e sottolinea come l’indifferenza ordinaria perpetui i traumi, rendendo il libro un atto d’accusa contro l’umanità distratta e anaffettiva che si trasforma in complice.
Il piepel del titolo è un grido contro la macchina della morte nazista ma è anche il simbolo di tutti i giovani derubati della loro adolescenza.
