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Trump e il vaso di Pandora del terrorismo europeo

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05.03.2026

Ogni guerra comincia con una dichiarazione solenne e finisce con un elenco di nomi. Nomi di civili, quasi sempre. Nomi di bambini. È accaduto a Gaza, dove sotto il governo di Netanyahu il bilancio delle vittime civili ha assunto proporzioni che pesano come un macigno sulla coscienza della comunità internazionale. E accade ogni volta che un conflitto viene presentato come inevitabile, necessario, strategico. Ma mentre si contano i morti c’è chi sembra contare altro. Gli Stati Uniti nella lunga stagione delle guerre “esportatrici di democrazia” hanno spesso misurato il successo non sulle vite salvate, bensì sugli equilibri riscritti. Non una tacca per ogni nemico abbattuto, ma una per ogni Stato destabilizzato. L’Afghanistan, l’Iraq – travolto con il pretesto delle armi di distruzione di massa – la Libia, e prima ancora il Vietnam. Interventi giustificati come missioni di sicurezza globale, conclusi lasciando dietro di sé fratture profonde, instabilità cronica e nuove faglie geopolitiche. Oggi lo sguardo si posa sull’Iran. Le accuse sono pesanti: sostegno a reti terroristiche, influenza destabilizzante in Medio Oriente, minaccia permanente agli equilibri regionali. Ma un eventuale salto di qualità nello scontro aprirebbe scenari che vanno ben oltre il Golfo Persico. Il rischio concreto è che le tensioni si riversino sull’Europa. È difficile immaginare cellule terroristiche attraversare con facilità l’Atlantico per colpire il territorio americano. È più realistico pensare che eventuali ritorsioni o radicalizzazioni trovino terreno nel continente europeo, geograficamente vicino, politicamente esposto, socialmente attraversato da fragilità che non vanno sottovalutate. L’Europa diventerebbe così il fronte indiretto di una nuova escalation decisa altrove. E paradossalmente, comunque vada, il Vecchio Continente continuerà a pagare. Pagherà in termini di sicurezza, con l’innalzamento permanente dell’allerta. Pagherà in termini economici, con l’energia più cara e mercati più instabili. Pagherà in termini politici alimentando tensioni interne. Cinquant’anni di Repubblica Islamica in Iran non si cancellano con dichiarazioni muscolari o con pressioni esterne. Un regime teocratico radicato nella storia e nella società del Paese non si smantella per decreto, né si piega con la sola forza simbolica. L’illusione di poter ridisegnare identità e orgoglio nazionale dall’esterno ha già prodotto in passato effetti contrari a quelli dichiarati. Aprire un nuovo fronte significherebbe scoperchiare un vaso di Pandora le cui conseguenze potrebbero non fermarsi ai confini mediorientali. E come spesso accade a pagare il prezzo delle scelte delle grandi potenze rischiano di essere ancora una volta i cittadini europei, chiamati a gestire le ricadute di decisioni prese altrove, mentre le loro classi dirigenti appaiono più spettatrici che protagoniste.


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