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Armarsi non basta: la sicurezza non si compra a colpi di miliardi

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06.03.2026

C’è un equivoco che attraversa il dibattito pubblico europeo: l’idea che la sicurezza coincida con la quantità di armi acquistate. Come se bastasse stanziare cifre sempre più imponenti per sentirsi al riparo dalle tempeste della geopolitica. Eppure gli ultimi anni – tra guerre, tensioni regionali e muscoli esibiti sui social – raccontano una verità più scomoda: armarsi non basta. E spesso non serve. Il presidente americano, in piena sintonia con il premier israeliano, ha fatto dello sfoggio di forza un marchio politico. Messaggi diretti, toni ultimativi, una narrazione muscolare che trasforma ogni crisi in una prova di potenza. Ma l’ostentazione militare, specie quando si fronteggiano potenze nucleari o attori regionali determinati come l’Iran, non equivale automaticamente a maggiore sicurezza. Al contrario, può innescare escalation incontrollabili. L’Europa intanto discute piani di riarmo da centinaia di miliardi. Investimenti che inevitabilmente sottraggono risorse a welfare, sanità, scuola. È legittimo chiedersi se l’accumulo di armamenti rappresenti davvero una garanzia, soprattutto in uno scenario in cui l’asimmetria delle forze e la deterrenza nucleare rendono qualsiasi confronto diretto potenzialmente catastrofico. Se ti scontri con una potenza atomica i missili acquistati a caro prezzo valgono quanto una fionda contro un carro armato. Il paradosso non è nuovo. Lo raccontava con amara ironia Alberto Sordi nel film Finché c’è guerra c’è speranza: la guerra come affare, come occasione di profitto per chi produce e vende armi. Cambiano gli scenari ma il meccanismo resta lo stesso. A guadagnare sono le industrie belliche; a pagare sono i contribuenti. Questo non significa ignorare le minacce o sottovalutare l’aggressività di regimi autoritari. La condanna dell’invasione russa dell’Ucraina resta netta. Ma la sicurezza europea non può ridursi a una gara di spesa militare. La diplomazia, la costruzione di alleanze solide, l’autonomia strategica energetica e industriale sono tasselli altrettanto decisivi. In questo quadro si inserisce anche il tema energetico. Le scelte promosse dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, con contratti di fornitura a prezzi stratosferici per affrancarsi dal gas russo hanno avuto un costo economico pauroso. Una scelta politica assolutamente non condivisibile. C’è un proverbio che ammonisce: chi troppo vuole, nulla stringe. Se il rapporto transatlantico si trasforma in un susseguirsi di pressioni e ultimatum, l’Europa ha il dovere di ritrovare una propria voce. Non per rompere con Washington, ma per affermare un equilibrio più maturo. Non per rinunciare alla difesa, ma per ricordare che la pace si costruisce prima di tutto con la politica.

La forza può dissuadere, ma non sostituisce il dialogo. E senza una visione diplomatica anche l’arsenale più imponente rischia di essere solo un costoso simbolo di impotenza.


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