“Naturale” non vuol dire sempre “innocuo”. Le contraddizioni del bio
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“Naturale” non vuol dire sempre “innocuo”. Le contraddizioni del bio
Negli ultimi decenni il biologico ha vissuto una trasformazione radicale, passando nicchia riservata a pochi interessati a realtà commerciale di scala globale. In Italia, i dati del 2024 raccolti dall’Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) illustrano come l’agricoltura biologica abbia superato i 2,5 milioni di ettari, rappresentando il 20,2 per cento della superficie agraria utile (Sau) nazionale e confermando il nostro paese tra i leader europei in questo campo. Anche i consumi domestici sono in aumento: la spesa per prodotti biologici ha raggiunto i 3,96 miliardi di euro, segnando una crescita del 2,9 per cento rispetto all’anno precedente, con i volumi che salgono del 4,3 per cento, indice di una dinamica dei prezzi più contenuta rispetto ai prodotti convenzionali.
Un “bollino verde” come lasciapassare morale
Nei supermercati, il “bollino verde” che contraddistingue i prodotti bio assume spesso il ruolo di lasciapassare morale. Molti consumatori li acquistano mossi dalla convinzione di agire in modo responsabile verso la propria salute e l’ambiente. Tuttavia, se si analizza con attenzione questa narrazione, emergono contraddizioni e limiti che rischiano di trasformare il biologico da rivoluzione agricola a semplice operazione di marketing.
È indispensabile valutare il settore biologico in maniera oggettiva, senza lasciarsi influenzare da posizioni faziose o interessi di parte. Solo così il biologico potrà rappresentare una reale alternativa competitiva all’interno del sistema produttivo agricolo, superando l’approccio ideologico che spesso ne limita lo sviluppo.
L’equivoco sull’uso dei fitofarmaci
Un equivoco diffuso tra i consumatori è la credenza che l’agricoltura biologica escluda del tutto l’uso di fitofarmaci. In realtà, il regolamento vieta i prodotti di sintesi chimica (anche se non tutti), ma consente l’impiego di sostanze di origine naturale. “Naturale”, però, non equivale sempre a “innocuo”: il rame (come solfato o idrossido o ossicloruro) e lo zolfo sono fondamentali nella difesa biologica, ma il rame, in particolare, è un metallo pesante (insieme a zinco, arsenico, cadmio, piombo…) che si accumula nel suolo e può danneggiare la microfauna e gli organismi acquatici.
Non a caso, i prodotti rameici sono considerati “sostanze candidate alla sostituzione” nell’Unione Europea (reg. Ue 1107/2009), cioè sostanze che, pur autorizzate, presentano profili di rischio elevati per la salute o l’ambiente, rendendone prioritarie la sostituzione con alternative più sicure. Per tutti questi motivi, dal 2019 è consentito un massimo di 28 chilogrammi di rame per ettaro in sette anni.
Rischio percepito e rischio reale
I prodotti biologici presentano generalmente livelli inferiori di residui di fitofarmaci rispetto ai convenzionali, ma questi ultimi risultano quasi sempre ben al di sotto delle soglie di sicurezza stabilite dalle autorità come l’Efsa (Autorità europea per la sicurezza alimentare). Il rischio percepito, quindi, supera quello reale. Secondo il rapporto Efsa 2023, solo l’1 per cento dei 13.200 campioni analizzati ha superato i limiti, e l’Autorità afferma che è improbabile che l’esposizione acuta e cronica tramite alimentazione possa destare preoccupazioni per la salute.
L’enfasi del biologico sullo “zero chimico” può rivelarsi controproducente, minando la fiducia nel settore: la certificazione riguarda il metodo produttivo, non il prodotto finale, e talvolta si riscontrano residui (ad esempio rame, bromuro, clorati) superiori ai limiti accettabili o di sostanze non consentite anche nei prodotti bio.
Se tutto il mondo fosse bio
Un aspetto critico dell’agricoltura biologica è la sua inefficienza produttiva. In media, le rese biologiche sono inferiori dal 20 al 70 per cento rispetto a quelle convenzionali, a seconda della coltura. In un mondo con una popolazione in crescita che sfiora gli 8 miliardi di abitanti, questa differenza è cruciale. Se convertissimo tutta l’agricoltura mondiale al biologico, avremmo bisogno di una superficie di terra coltivabile enormemente superiore per produrre la stessa quantità di cibo. Ciò comporterebbe una deforestazione massiccia per fare spazio a nuovi campi, annullando qualsiasi beneficio ambientale locale, riducendo la biodiversità e accelerando il cambiamento climatico. Il bio, paradossalmente, rischia di essere un lusso che il pianeta non può permettersi su larga scala.
La dimensione ideologica del biologico emerge proprio nel rifiuto delle innovazioni scientifiche, che sarebbero invece fondamentali per affrontare le sfide climatiche e garantire la sostenibilità futura del settore. Invece le imprese del biologico rifiutano aprioristicamente qualsiasi innovazione che la scienza propone, come se fossero completamente slegate da un mondo produttivo che ogni giorno si confronta sui principali mercati.
È necessario che il “settore del bio” (alcune filiere già lo fanno) agisca in una logica di mercato e di sostenibilità, non finalizzando le proprie produzioni alle scorciatoie dei vari sostegni, e che abbia il coraggio di non aderire al peso dominante delle opinioni correnti che propongono un’immagine di realtà deformata, contraddicendo la quale si resta esclusi dal consenso sociale di fondo.
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