Non è un caso se l’Italia del baseball ha battuto gli Usa ed è tra le otto grandi
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Non è un caso se l’Italia del baseball ha battuto gli Usa ed è tra le otto grandi
L’Italia (ri)scopre il baseball. Perché se a livello europeo siamo sempre stati una nazione guida – uomini vicecampioni e donne campionesse nel softball –, a livello mondiale quelli forti erano altri. Fino al confronto con gli Stati Uniti nella terza giornata del World Baseball Classic, quando gli azzurri hanno battuto 8-6 i padroni di casa, ammutolendo gran parte dei 30mila presenti – c’erano anche nostri tifosi, ovviamente – al Daikin Park, impianto coperto di Houston. Un match in cui l’Italia è stata avanti 8-0 e conclusosi con l’eliminazione di Aaron Judge, considerato il più forte al mondo dopo il giapponese Shohei Otani.
L’Italia del baseball come quella del rugby
Lo choc negli Stati Uniti è stato simile a quello che la stessa Nazionale stelle&strisce, ma di calcio, provocò in Inghilterra, quando battè i maestri del football 1-0 al Mondiale brasiliano 1950. Uno choc che, dalle parti di Londra, si è ripetuto qualche giorno fa, dopo la prima sconfitta contro l’Italia nel rugby. La vittoria dell’Italia del baseball è stata possibile grazie a una squadra composta per larghissima parte da italo-americani, ragazzi della terza-quarta generazione di chi fu protagonista delle due grandi ondate di emigrazione oltreoceano tra 1880 e 1920 e che portò all’impressionante numero di oltre 4 milioni di connazionali stanziatisi negli States.
Troviamo così nomi come Michael Lorenzen, Jac Caglianone e Sam Antonacci: il primo ha fatto impazzire gli Usa dal monte di lancio, gli altri due (insieme con Kyle Teel, poi infortunatosi) sono stati protagonisti dei fuori campo che hanno gelato gli spalti. Cognomi che raccontano una storia che comprende l’Italia intera. Perché non ci sono solo tanti giocatori le cui origini affondano nel Centro-Sud, ma troviamo anche gente del Nord.
L’espresso in panchina di capitan Pasquantino
La famiglia di Teel parte da Carnago, in provincia di Varese, mentre quella di Alek Jacob dal Friuli. Sono solo un paio di esempi di una Nazionale ribattezzata facilmente come la “squadra dei paisà”. Una denominazione rafforzata dalla gestualità che sottolinea giocate vincenti oppure dal rito del caffè a ogni fuori campo. La macchinetta nel dugout – la classica panchina sotto il livello del terreno – era stata introdotta per caso nel World Classic 2023, ora è diventata segno distintivo.
Chi realizza l’home run torna nel dugout, dove il capitano Vinnie Pasquantino gli prepara l’espresso, mentre il numero di maglia del giocatore è apposto sulla macchinetta: le reazioni a volte sono divertenti, tra chi non ama il caffè e le temperature roventi della bevanda… Uno stereotipo? Gli azzurri fanno spallucce. Il gesto è diventato così famoso da essere presente in ogni social, in ogni parte del globo. A tutte le conferenza stampa fanno una domanda su questo. Dà visibilità.
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Tutti si sentono profondamente italiani
Una visibilità che l’Italia si è comunque guadagnata sul campo, chiudendo il girone al primo posto e a punteggio pieno: l’ultimo 9-1 al Messico (con tre fuori campo proprio di Pasquantino) ha permesso agli stessi Stati Uniti di qualificarsi per i quarti di finale. Per l’Italia si tratta di una seconda volta consecutiva, dopo quelli del 2023 in cui fummo eliminati dal fenomenale Giappone, poi vincitore. Una Nazionale poco italiana? Vero, ma solo in minima parte se stiamo ai numeri. I non italoamericani sono il veronese Samuel Aldegheri, il romano Claudio Scotti, il marchigiano (di Potenza Picena) Gabriele Quattrini. Renzo Martini e Andres Annunziata sono di origine venezuelana, con passaporto tricolore.
Dal primo all’ultimo, però, si sentono tutti profondamente italiani e raccontano che ai loro nonni qualche lacrima è scappata quando hanno saputo della convocazione in azzurro: sono i figli di chi si imbarcò per non patire la fame, i nipoti hanno coronato il sogno americano. E in tutto ciò, gioca un ruolo fondamentale il manager Francisco Cervelli, in sostanza il commissario tecnico. Venezuelano, con padre di Bitonto, gran motivatore e, soprattutto, innamoratissimo dell’Italia: batte in continuazione sulle radici comuni, che hanno creato un ponte con gli Usa.
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Come funziona il World Baseball Classic
Infine, come non regge l’obiezione sulla “non italianità”, non regge neppure quella sulla struttura del torneo. All’inizio era sì a inviti. Poi il successo è stato tale che, dopo il 2011, ha preso il posto del Mondiale. È organizzato dalla World Baseball Classic Inc, partnership tra Federazione internazionale, Major League Baseball e Major League Baseball Players, il sindacato. Una Superlega per Nazionali, l’hanno definita, cui possono partecipare giocatori eleggibili per una Nazionale se dimostrano di discendere da chi è originario di quel Paese.
Un sistema democratico, perché mette tutte le squadre sullo stesso piano senza scorciatoie o forzature dei regolamenti che vediamo in altri sport (come le naturalizzazioni nel volley femminile in Turchia). E una eccellenza assoluta, cui prendono parte i migliori al mondo che, invece, non possono partecipare ai tornei continentali e ai Giochi, con relative qualificazioni, per questione di calendario e per non rischiare infortuni. La Mlb pare disponibile ad aprire una possibilità per Los Angeles 2028, come appena accaduto per i campioni dell’Nhl a Milano Cortina. Vedremo. Nel frattempo, godiamoci l’Italia tra le otto grandi, in campo questa sera contro Portorico per i quarti di finale.
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