Perché le elezioni in Armenia sono le più importanti del mondo
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Perché le elezioni in Armenia sono le più importanti del mondo
Cari amici italiani, vi scrivo dal lago. È giugno e l’acqua del Sevan oggi è argentea, non nera. Le mie principesse, le trote, fanno guizzi piccoli sotto la superficie, come se avessero capito qualcosa che noi non capiamo ancora. Forse hanno capito che il 6 e 7 giugno è arrivato. Si vota. Diciannove forze politiche scese in campo per dare un governo a questa repubblica caucasica che vi sembra microscopica e invece, ve lo dico da Molokano, regge un cardine del mondo.
Voi forse non lo sapete più. Ma noi sì. Le elezioni armene del 2026 somigliano al vostro 18 aprile 1948, peso simbolico e drammaticità storica compresi. Allora la domanda era: con Mosca o con l’Occidente? Con un’idea dell’uomo o con un’altra? Oggi la domanda è la stessa, e però è diventata torbida. Mosca non c’è più, c’è solo un’altra Russia, più stanca e più cinica. L’Occidente non è più quello del Dopoguerra, dentro cui respirava ancora, malgrado tutto, qualcosa di cristiano. La Turchia è dentro la Nato e continua a mordere il collo dell’Armenia, come un coccodrillo che si fa accarezzare dagli zoologi mentre tiene sangue fra i denti. Eppure il futuro passa di qui. Sempre di più.
Voi mi direte: arrangiatevi voi armeni, abbiamo già i nostri teatrini italiani, le danze miserabili per un seggio mentre il potere vero sta nei fondi che decidono il destino delle banche senza mettere piede a Roma. Capisco l’obiezione. Ma l’Armenia, scriveva Borges dell’India, «è più grande del mondo». Lo è davvero. E qui sopra le nostre pietre si combatte una guerra sottotraccia. Una guerra spirituale, prima che geopolitica. Cioè una guerra vera.
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