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Pasqua, la realtà che cambia lo sguardo

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04.04.2026

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Tentar (un giudizio) non nuoce

Pasqua, la realtà che cambia lo sguardo

Domani è Pasqua, la più grande festa del mondo cristiano. Una di quelle ricorrenze che scandiscono l’anno anche per chi non crede, come Natale o Ferragosto. Una pausa, un’abitudine, qualcosa che viviamo senza più domandarci davvero che cosa significhi, pur godendone gli effetti.

Eppure, la Pasqua non è un simbolo. È un fatto. Che cosa dunque festeggiamo?

Per i cristiani è la celebrazione della risurrezione di Gesù Cristo, un uomo vissuto duemila anni fa in Palestina, che ha avuto l’ardire, unico nella storia, di dichiararsi Figlio di Dio. La risurrezione è ciò che conferma questa pretesa. Come scrive san Paolo: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede». (Prima lettera ai Corinzi, capitolo 15).

Senza la resurrezione il cristianesimo è una invenzione umana, quindi in fondo un’illusione. Se invece Gesù è risorto davvero, allora la questione è semplice e radicale. Significa che Cristo è vivo, presente, e ha qualcosa da dire alle nostre vite, oggi. Innanzitutto, che la morte non è l’ultima parola. Non solo la morte fisica, quella che segna il termine della vita, ma anche quella che ciascuno di noi sperimenta ogni giorno. Quando le cose non vanno come vorremmo, quando la realtà contraddice il desiderio di felicità che portiamo dentro, quando la tristezza, la mortificazione o persino la disperazione abitano il cuore. Quando guardiamo il dolore innocente, la guerra, ciò che accade nel mondo in modo così ingiusto e drammatico da risultare insopportabile, come sta succedendo oggi: bambini uccisi dalle bombe, famiglie annegate nel mediterraneo, popoli cresciuti nell’odio.

Tutto questo non è l’ultima parola. Non è una consolazione sentimentale: è un principio di conoscenza e di azione che cerca e fa crescere il bene dentro ogni peggiore possibilità della storia.

Un Dio che rifiuta il clamore

La risurrezione introduce una luce nuova dentro la realtà, anche nelle circostanze più drammatiche e oscure. Non perché elimini il dolore, ma perché rivela il modo con cui Dio opera nella storia.

Noi immaginiamo un Dio che dovrebbe agire secondo la nostra logica. Un Dio che interviene con forza, che trionfa, che si mostra in modo evidente. Che toglie di colpo il dolore, la sofferenza, il dramma e fa trionfare, imponendola, la giustizia e la pace. È l’attesa che avevano anche i contemporanei di Gesù. Ma Dio non sceglie questa strada. Dio non pensa come gli uomini: non toglie il dolore e l’ingiustizia ma le abbraccia, le carica su di sé e così le redime. Non toglie la libertà all’uomo, che altrimenti non sarebbe più “a sua immagine e somiglianza”, costringendolo a riconoscerne la potenza, ma si propone al cuore di ciascuno come un incontro che, se accolto, dà senso alla vita.

È talmente evidente la diversità del pensiero divino dal nostro pensiero umano che il Figlio di Dio nasce nella stalla, non nella reggia, di Betlemme, subito rifiutato dalla logica del mondo, fugge profugo in Egitto, cresce nel nascondimento di Nazareth, vive per trent’anni una vita ordinaria. E quando lo vogliono fare Re, dopo il miracolo dei pani e dei pesci, si sottrae. Rifiuta il potere, rifiuta il clamore.

Il pungiglione più profondo

La sua strada passa dalla croce.

Ed è proprio lì, nella sconfitta più radicale dal punto di vista umano, che si manifesta la vittoria più grande. Perché Dio non entra nella vita togliendo ciò che non ci piace, non elimina automaticamente il dolore, l’ingiustizia, la fatica. Entra rendendo possibile uno sguardo diverso su tutto questo. Un modo più umano di stare dentro la realtà, senza che la disperazione abbia l’ultima parola. Questo è il punto decisivo.

Se la risurrezione è un fatto realmente accaduto, non un mito, non un racconto simbolico, ma qualcosa che è successo nella storia, allora la nostra ragione non può rimanere indifferente. È costretta a interrogarsi su ciò che conta davvero. Se quell’uomo è risorto, allora tutto cambia.

Cambia il modo di guardare la vita, cambia il peso delle cose per cui ci affanniamo, cambia il significato del tempo che spendiamo. Perché la vittoria sulla morte toglie al dolore il suo pungiglione più profondo, l’idea che tutto finisca nel nulla. E dà ad ogni istante, ad ogni gesto, il respiro dell’infinito.

Una realtà incontrata

Questo fatto apre una prospettiva diversa. Quella di un Dio che continua ad agire dentro la vita di ciascuno di noi, ogni giorno, ma lo fa “a modo suo”, non come vorremmo noi. Lo fa trasformando anche le circostanze più avverse in un bene possibile, spesso in un modo che non avremmo mai immaginato.

Questo è ciò che la Pasqua annuncia.

Non un generico ottimismo, ma una realtà che può essere incontrata.

È l’augurio che faccio a ciascuno di voi. Che questa presenza possa essere riconosciuta, accolta, vissuta nella propria vita quotidiana.

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