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Viaggio a Sebastia. «Qui siamo in Palestina, non in Israele»

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17.02.2026

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Viaggio a Sebastia. «Qui siamo in Palestina, non in Israele»

Leone Grotti si trova in Cisgiordania. Chi volesse sostenere il reportage di Tempi, può aiutarci con una donazione al Fondo più Tempi.

Poche città al mondo possono vantare un patrimonio storico, culturale e religioso come Sebastia. Il piccolo villaggio palestinese di circa tremila abitanti nel nord della Cisgiordania, dove si trova la tomba di san Giovanni Battista, sorge in quella che fu l’antica Samaria (Shomron), capitale del regno settentrionale di Israele tra il IX e l’VIII secolo a.C. È qui che secondo la tradizione regnarono Omri e Acab, prima dell’arrivo degli assiri e poi di Alessandro Magno.

La stratificazione storica di Sebatia è unica e oggi, nel famoso sito archeologico, si trovano ancora le tracce di alcune meraviglie, come il tempio romano dedicato all’imperatore Ottaviano Augusto, fatto costruire in suo onore da Erode il Grande, l’anfiteatro o la chiesa innalzata nel luogo dove si pensa san Giovanni Battista sia stato incarcerato e poi decapitato da Erode Antipa su richiesta di Erodiade.

Un luogo che potrebbe unire tutti

Vestigia romane, bizantine, crociate, ottomane, per non parlare delle memorie israelite: il patrimonio di Sebastia ha le carte in regola per essere un luogo che unisce tutti, ma a novembre – come riportato dal Times of Israel – Israele ha iniziato a espropriare 1.800 dunam (180 ettari) di terreno attorno al sito archeologico, punteggiato da terrazzamenti, dolci declivi, muri a secco e ulivi a perdita d’occhio. L’obiettivo è sequestrare il sito archeologico, dividerlo fisicamente da Sebastia e collegarlo invece al vicino insediamento di Shave Shomron, secondo il progetto approvato nel 2023 con uno stanziamento di quasi dieci milioni di euro.

«Due ettari del terreno espropriato appartengono da sempre alla mia famiglia. Se consideriamo anche quelli appartenenti a mio cugino, perderemo circa 200 ulivi». Shady al-Sheer, 37 anni, parla a Tempi senza animosità né particolari inflessioni della voce. Anzi, a tratti gli scappa un sorriso amaro. L’unica cosa che gli si legge in faccia è la rassegnazione. «Non sappiamo che cosa accadrà ora. Ma abbiamo paura. Un abitante di Sebastia che ha i terreni vicini ai nostri ha provato a recintarli per evitare che gli animali ci entrassero. È stato visto con i droni e i coloni, insieme all’esercito israeliano, sono subito entrati nel suo terreno minacciandolo con le armi e intimandogli di andarsene».

Le accuse di Tel Aviv ai palestinesi

Incontriamo Al-Sheer a pochi passi dalla “moschea del profeta Yahya”, una delle più incredibili al mondo visto che non assomiglia affatto agli altri luoghi di culto islamici. Yahya significa Giovanni e la moschea era in origine una delle cattedrali più grandi costruite in Terra Santa dai crociati, seconda solo a quella del Santo Sepolcro a Gerusalemme. A Sebastia, secondo la tradizione recuperata dai bizantini, si trova la tomba di san Giovanni Battista (e quella del profeta Eliseo), venerato anche dai musulmani. Per questo i saraceni al loro arrivo non la distrussero, ma nel transetto della grande basilica costruirono una moschea, aggiungendo alla struttura cristiana un minareto. Oggi ad aprire la porticina che conduce alla tomba del santo è l’imam, visto che nella città, a maggioranza cristiana fino alla metà del XX secolo, l’ultima famiglia cristiana se n’è andata pochi anni fa.

Il governo di Tel Aviv accusa i palestinesi di non conservare il sito archeologico in modo adeguato e di non cercare volontariamente i resti del periodo israelitico. Il parco è tutto fuorché ben tenuto: tra le stupende colonne romane spuntano cartacce, bottiglie di plastica e mozziconi di sigaretta. La chiesa che sorge sul luogo dove san Giovanni Battista potrebbe essere stato decapitato è infestata tutt’attorno dalle erbacce. «Come possiamo sviluppare il sito e curarlo se si trova in area C e l’esercito israeliano ci impedisce di lavorarci?», risponde alle accuse parlando con Tempi Zaid Azhari, rappresentante dell’associazione Save Sebastia.

«L’archeologia è un pretesto per l’annessione»

«Non ci permettono neanche di pulirlo, figuriamoci di effettuare scavi. L’archeologia è un pretesto per accelerare l’annessione delle nostre terre: altrimenti perché nel loro progetto è prevista la separazione del sito dalla nostra città?». Il parco archeologico per Sebastia è tutto: «Non è solo una questione di turismo e di tutte le attività a esso legate e neanche soltanto economica, anche se nei terreni espropriati ci sono 20 mila ulivi fondamentali per noi», continua Azhari. «Sicuramente tanti abitanti di Sebastia perderanno lavoro e reddito senza il sito archeologico. Ma in realtà perderemo molto di più: memoria, storia, identità culturale».

Save Sebastia sta cercando di mobilitare la comunità internazionale perché faccia pressione su Israele affinché abbandoni il progetto e rispetti il diritto internazionale, che vieta di intervenire sui siti archeologici di territori occupati. «Israele tiene molto al sostegno dell’Occidente. Penso quindi che se l’Occidente protestasse, potrebbero fermarsi».

«Coloni sempre più aggressivi»

La situazione, racconta ancora Azhari, era già difficile, ma dopo il 7 ottobre è degenerata. «Israele sembra non essere più in grado di frenarsi e i coloni sono sempre più aggressivi: impediscono agli agricoltori di prendersi cura degli olivi e quando vogliono organizzare visite al sito archeologico, lo fanno chiudere dall’esercito e poi arrivano con i pulmini come se fosse di loro proprietà. Ma qui siamo in Palestina, non Israele».

Sebastia potrebbe diventare un piccolo gioiello e anche un modello di convivenza, proprio grazie all’archeologia. Ma le prospettive sono tutt’altro che rosee. Shady al-Sheer alza gli occhi al cielo, azzurrissimo, e guarda gli ulivi che fanno da sfondo alle meraviglie lasciate dalle tante civiltà che hanno dominato questa terra. «Per noi la raccolta delle olive è tutto. Se non ci lasceranno più entrare nei nostri terreni, che cosa faremo?».

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