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«La violenza fa fuggire i cristiani da Nazareth»

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25.02.2026

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«La violenza fa fuggire i cristiani da Nazareth»

Leone Grotti si trova in Israele e Cisgiordania. Chi volesse sostenere il reportage di Tempi, può aiutarci con una donazione al Fondo più Tempi.

Nazareth. Nel 2025 sono morte per assassinio 309 persone in Israele. Il 77 per cento degli omicidi (241) è avvenuto nelle città a maggioranza araba, che si trovano soprattutto in Galilea e nel cosiddetto Triangolo. Se si tiene conto che la popolazione araba in Israele rappresenta appena il 21 per cento del totale, si capisce perché la Commissione per la sicurezza nazionale del parlamento israeliano, la Knesset, ha appena organizzato un dibattito per discutere dei dati e perché il capo della polizia israeliana, Daniel Levi, ha parlato di «situazione intollerabile che deve finire» e «emergenza nazionale». Il 2026, infatti, non è iniziato meglio: nei primi 47 giorni sono avvenuti 55 omicidi nelle città israeliane a maggioranza araba: più di uno al giorno.

«Perché il governo non ferma i mafiosi?»

Il problema di sicurezza è anche politico perché negli ultimi tre anni i cittadini arabo-israeliani hanno accusato il governo di Netanyahu di non fare abbastanza per fermare le violenze. «L’esecutivo è in grado di gestire più guerre contemporaneamente, ma non di fermare le bande mafiose che imperversano nelle nostre città? Non è credibile».

Ne è convinto Nabil Totry, per 40 anni manager nell’istituto bancario israeliano Hapoalim, oggi consulente e fondatore di Mawkib, il principale ente organizzatore degli eventi cristiani e natalizi di Nazareth, la “capitale araba” di Israele.

«A Nazareth abbiamo paura»

«Stiamo vivendo anni davvero difficili», dichiara Totry a Tempi, accogliendoci nel negozio del figlio, che vende gelato e caffè italiani a pochi passi dalla Basilica dell’Annunciazione, dove si trova la grotta tradizionalmente identificata con la casa di Maria.

«La città è sporca, abbandonata a se stessa, la gente ha paura di uscire di notte, ma le famiglie non mandano in giro i figli da soli neanche di giorno perché le bande mafiose uccidono alla luce del sole».

Anche fare impresa è complesso «perché questi gruppi impongono il pagamento del pizzo in cambio di sicurezza. Qui non sono ancora venuti, ma non si può mai dire», racconta mentre in sottofondo vanno le note di Torna a Surriento e Arrivederci Roma.

L’arresto del sindaco Ali Salam

Nazareth è tutto fuorché curata: le strade sono sporche e disordinate, piene di spazzatura non raccolta e molti negozi del centro hanno le saracinesche abbassate nonostante sia alta stagione.

Anche qui, come a Betlemme, il turismo è crollato in seguito alla terribile strage del 7 ottobre perpetrata da Hamas e alla conseguente guerra a Gaza. Ma non è solo questo il problema. Se la città ha accumulato ormai 200 milioni di shekel di debito (circa 53 milioni di euro), senza poter contare sulla fornitura da parte della municipalità di alcuni servizi basilari, è anche perché le bande criminali hanno infiltrato la politica, tanto che il sindaco Ali Salam è stato arrestato con l’accusa di aver dirottato fondi pubblici nelle tasche dei criminali.

La conseguenza, spiega ancora Totry, è che «chi può, se ne va o in città ebraiche o in città miste o all’estero».

A Nazareth ci sono sempre meno cristiani

I numeri della comunità cristiana sono emblematici. In Israele vivono circa 185 mila cristiani, in continuo calo, dei quali 140 mila sono arabi. A Nazareth i cristiani rappresentano ormai soltanto il 25 per cento della popolazione. Se nel 2020 in città vivevano 21.400 cristiani, nel 2025 il numero è calato del 12% a 18.900. Molti si sono spostati a Nof HaGalil, la città ebraica più vicina, altri ad Haifa. Altri ancora si sono trasferiti in Europa.

«È una situazione molto triste», commenta a Tempi monsignor Rafic Nahra, vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme che risiede a Nazareth. «La violenza è una piaga che affligge questa e altre città arabe, i giovani se ne vanno. Il governo dovrebbe intervenire con più decisione».

«Basta uccisioni, basta morte»

Il 22 gennaio si è svolta un’enorme manifestazione a Sakhnin, in Galilea, contro l’esplosione di violenza. «Basta uccisioni, basta morte: vogliamo giustizia», hanno gridato i manifestanti. Dopo la protesta, il presidente di Israele, Isaac Herzog, ha visitato la città spiegando che «la lotta contro la violenza è un dovere morale e una priorità nazionale per il paese».

Ma secondo molti attivisti il governo di Benjamin Netanyahu non fa abbastanza. «Non prendono misure adeguate per fermare la violenza perché il loro obiettivo è favorire la guerra tra arabi. Vogliono che ci uccidiamo tra di noi e che ce ne andiamo dalle città israeliane», punta il dito contro Tel Aviv Mansour Dahamsheh, segretario generale del Comitato per la lotta alla violenza nella società araba.

Lo incontriamo in un bar di Haifa, anche se risiede a Kafr Kanna. «Nella mia città c’è appena stata una sparatoria di oltre quattro ore. Sono state colpite case e negozi. E la polizia non è intervenuta», continua. «Il nostro comitato ha chiesto ripetutamente un incontro a Netanyahu, ma in tre anni non ci ha mai voluti ricevere. Gli abbiamo scritto: nessuna risposta. Ora stiamo pensando di formare delle squadre di autodifesa».

Il problema educativo

Se gli arabo-israeliani incolpano il governo di non fare abbastanza per prevenire gli omicidi e poi per indagare e assicurare alla giustizia i criminali, la maggior parte degli ebrei (56%), secondo un recente sondaggio di Maariv, sostiene che gli arabi abbiano «un problema culturale con la violenza».

«Anche noi ci vergogniamo di questa situazione», ammette il principale organizzatore degli eventi natalizi di Nazareth, Totry. «I membri delle bande mafiose sono arabi, spesso giovani. Ci chiediamo chi li abbia educati e come abbia fatto a permettere che prendessero questa strada».

«A Nazareth non ci arrendiamo»

Anche se la situazione è complessa, l’ex manager bancario non ha alcuna intenzione di arrendersi al declino delle città arabe e soprattutto di Nazareth: «Ho messo in piedi tre fondazioni. Raccogliamo soldi per gli studenti in difficoltà economica, organizziamo dal 2012 l’unica competizione sulla Bibbia di tutta la Terra Santa, con partecipanti che arrivano anche da Gaza, e poi ci occupiamo degli eventi natalizi in città: sfilate, concerti, mercatini».

L’obiettivo è di aiutare i cristiani a restare in Terra Santa e diffondere le parole d’amore contenute nel Vangelo. «La stragrande maggioranza degli arabi vuole la pace. Non ci arrenderemo a questa situazione».

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