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Heraskevych aveva sul casco quello che aveva nel cuore
Nessuno sapeva chi fosse, nessuno lo conosceva. Poi è arrivato lui, l’atleta ucraino, Vladyslav Heraskevych, con i suoi ventidue sul casco da skeleton. Nessuno, forse solo qualche addetto ai lavori, nemmeno sapeva chi fossero quei volti piazzati quasi artigianalmente su quel casco da discesa. Lo sapeva lui però: erano i suoi amici, gli altri atleti ucraini che avrebbero potuto e dovuto essere lì con lui, ma che non c’erano perché rimasti sotto le bombe e i colpi in terra d’Ucraina. Lo hanno squalificato perché il regolamento olimpico proibisce qualsiasi «dimostrazione o propaganda politica, religiosa o razziale». Ora quali siano le regole del Cio nel dettaglio non so, non le conosco e nemmeno mi interessano.
Vladislav aveva sul casco quello che aveva nel cuore e nella mente. I suoi amici, i suoi giovani amici, che avrebbero potuto essere lì con lui e invece non avevano potuto esserci. È vero, a volte il silenzio urla, ma ci vedete voi dei proclami? Ci vedete voi dei giudizi e dei programmi politici? Io su quel casco ci vedo solo delle domande: vedete cosa combina la guerra? Vedete di quali drammi e di quali dolori è vestita? Di quali speranze troncate è vestita?
Ho pensato a lungo al Cio e a quella squalifica. E l’unica immagine che mi è venuta è quella di un macellaio che dopo aver affilato il coltello taglia un buon filetto. Immaginatelo: sta lì sul bancone, individua la vena, segue il senso delle fibre e, con un bel taglio, ecco la parte che interessa, quella che vale, è da una parte; e quell’altra è pronta da buttare. Gatto o immondizia non importa. I tuoi pensieri, i tuoi affetti, le tue convinzioni, insomma tu, la tua storia, quello di cui tu sei fatto e che ti segue ovunque e che ovunque ti porti appresso, no, tutto questo, no, questo si ferma qui e sta fuori dalla porta. I tuoi muscoli, i tuoi tendini, la tua reattività, le tue qualità fisiche e attitudinali, quelle possono entrare e ne puoi fare spettacolo. In fondo l’uomo è una macchina. Via, un bel taglio per la lunga e il gioco è fatto. Un po’ di te di qua, e un po’ tanto di te di là.
Facciamo fare tutto all’Ai
La chiamano pace olimpica. E la chiamano pace olimpica perché vorrebbe celebrare una sorta di parentesi tra l’incombere di guerre. Le Olimpiadi moderne proprio per questo sono nate. Non ci fossero guerre, non si sentirebbe il bisogno di nessuna pace olimpica. Perché dunque squalificare un ragazzo che solo questo voleva ricordare?
Ora, venendo in soccorso al comitato olimpico e vedendolo in affanno («siamo costernati, ma questo è il regolamento»), noi vorremmo spiegargli che può stare tranquillo, basta che lo voglia e che si impegni un po’. In Gran Bretagna hanno lavorato con l’intelligenza artificiale per scoprire nei bambini possibili profili criminali incamminati sulla strada della delinquenza. Tanto per prevenire, dicono. E tutti ormai sanno che basta un’immagine rubata, basta una parola registrata, e ti fanno fare e dire quello che vogliono. Investa dunque il Cio in intelligenza artificiale, raccolga e butti nel macchinone qualche matassa di algoritmi ed ecco un bel po’ di avatar olimpici, perfetti per predire chi vincerebbe, chi arriverebbe secondo, chi terzo, con quali tempi, con quali recuperi, con quali cadute, defaillance, incidenti, in che condizioni meteo, con quanti spettatori e con quale indice di gradimento. Un po’ di fantasia ed ecco pronti i giochi virtuali perfetti: nessun pericolo da prevenire, nessun casco, nessun pensiero sconveniente, nessuna possibile manifestazione di un qualsiasi credo, senza neanche il fastidio di dover aspettare i risultati. Proprio come in Inghilterra: neanche la fatica di tirar grandi i bambini, perché, tanto, si sa già tutto prima.
Intanto, in attesa dell’intelligenza artificiale prossima ventura, in queste strane Olimpiadi così piene di questa strana libertà che ha paura della libertà, distribuiscono a man bassa preservativi gratuiti agli atleti. Pensiero no, sesso sì. Ma protetto. Oltre diecimila preservativi esauriti in tre giorni. Già, perché anche qui, come per il casco, è sempre il solito piccolo problema: bisogna difendere tutto e tutti dalla storia che ognuno si porta inevitabilmente appresso. Tante le storie, tanti i paesi, tante le pratiche, tanti i costumi: vediamo di proteggerci. Come ammonivano tutte le etichette piazzate sotto i finestrini dei treni dei nostri anni Settanta: “È pericoloso sporgersi”. Insomma, caschi no, ma cappucci sì.
Ps. Dicono che il ministro degli esteri Tajani si sia espresso contro la partecipazione degli atleti russi alle paraolimpiadi. Non mi garba. Pur voltando la faccia dall’altra parte, pur con la vuotezza, l’enfasi, la banalità, cui è ridotta l’Olimpiade, ogni piccola occasione di incontro, ogni piccola occasione di confronto e conoscenza fra persone di paesi diversi, ogni dialogo, ogni chiacchiera, magari a colazione davanti a un caffelatte, a un plumcake, a bacon, kasa, uova, pane nero, alghe che siano, è un varco dove può insinuarsi l’imprevedibile dell’umano. Guardate a cosa siamo ridotti noi cristiani: anche a raccogliere ogni purchessia miserevole briciola della storia pur di sostenere e reggere sul palmo delle mani il dono di una possibile speranza.
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