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Poveri piccoli maschi decostruiti
Ma che delizia, che originalità questa idea di decostruire i bambini delle elementari per evitare che, crescendo, inciampino nel peccato di essere forti, machi o, Dio ci scampi, dei piccoli Barbablù in erba. Leggergli l’originale di Perrault? Meglio, molto meglio, intrattenerli con le avventure del “pennello magico” di Bobby.
In questi giorni sbarca nelle scuole primarie il discussissimo progetto “Storie spaziali per Maschi del Futuro”. Trattasi, dicono i promotori con la modestia del demiurgo, del «primo progetto italiano italiano su larga scala dedicato a demolire tutti quei luoghi comuni che ben si radicano già durante la scuola primaria». Perché bisogna intervenire subito «sui più piccoli», tra un astuccio delle Winx e una merendina, «per fare veramente prevenzione, prima che gli stereotipi si trasformino in disuguaglianze e, nei casi più estremi, in violenza».
12.500 bambini in pasto a Francesca Cavallo
Lo scriveva il Corriere, spiegando l’urgenza di Francesca Cavallo, ideatrice del piano con l’immancabile corredo di Fondazioni Libellula e ScuolAttiva Onlus. E chi sarebbe Francesca Cavallo, una Françoise Dolto? Una nuova Montessori? Una Simone de Beauvoir col physique du rôle per guidare 250 classi, 5 mila docenti e 12.500 bambini tra i 6 e i 10 anni verso un «cambiamento culturale profondo e condiviso»?
Macché. Francesca Cavallo, autodefinitasi «scrittrice queer, femminista, lesbica, e un’attivista per la parità di genere e i diritti LGBTQIA+», ha scritto alcuni libri per bambini, tra i quali Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli, Elfi al quinto piano (di cui Tempi vi ha parlato qui , qui e qui), ma soprattutto Storie spaziali per maschi del futuro (di cui abbiamo detto tutto qui) autoinvestendosi del compito sacerdotale e benedetto dal campo largo di rottamare le fiabe classiche. Perché leggere lo Zar Saltan di Puskin o Vassilissa la Bella di Afanas’ev quando puoi somministrare ai pupi la storia di Deianira, che salva il fratello da genitori reazionari grazie all’intervento di una famiglia con due mamme? In questo cosmo spaziale, infatti, il maschio altro non è che un accessorio difettoso che attende la salvezza da femmine decisamente più attrezzate di lui a gestire padri, draghi, pericoli e parenti arcistronzi.
Maschi del futuro col pennello magico
Dal prodotto Amazon al prodottino culturale col libretto d’istruzioni incorporato («chiediamo ai maschi di essere pionieri: non di aderire a un modello, ma di immaginarne uno nuovo, che non abbia paura della gentilezza, della vulnerabilità e dell’ascolto») il passo è breve. E chissà se nel percorso di formazione per docenti accreditato dal ministero dell’Istruzione (piattaforma S.O.F.I.A., sic) spiccherà la parabola di Bobby e di quel giorno in cui
«successe qualcosa di incredibile. Bobby sentì un rumore provenire da sotto il suo letto, aprì gli occhi e vide che il suo pennello magico era diventato lungo quanto una scopa […] stare a cavalcioni di quel pennello lo faceva sentire così libero e leggero […] strinse le mani sulla parte anteriore del pennello e volò giù in picchiata proprio verso il lago. […] Quando fu vicino alla superficie d’acqua dorata, buttò indietro la schiena e inzuppò le setole del pennello per ripartire poi a tutta velocità verso il cielo. Iniziò a piegare verso destra, verso sinistra, ad andare su e giù».
«successe qualcosa di incredibile. Bobby sentì un rumore provenire da sotto il suo letto, aprì gli occhi e vide che il suo pennello magico era diventato lungo quanto una scopa […] stare a cavalcioni di quel pennello lo faceva sentire così libero e leggero […] strinse le mani sulla parte anteriore del pennello e volò giù in picchiata proprio verso il lago. […] Quando fu vicino alla superficie d’acqua dorata, buttò indietro la schiena e inzuppò le setole del pennello per ripartire poi a tutta velocità verso il cielo. Iniziò a piegare verso destra, verso sinistra, ad andare su e giù».
E noi che temevamo le insidie del Pifferaio Magico.
All’asilo, alla scoperta dei genitali di Bruno l’astronauta
Ma la Cavallo è solo una dilettante rispetto alle vette raggiunte in certe scuole dell’infanzia del torinese, dove il pennello magico lascia il posto al realismo del prepuzio. Lì il libro della sociologa-sessuologa Sabine Ziegelwanger, e di un drammaturgo dell’infanzia, Flo Staffelmayr, spiega ai bambini “a partire dai 4 anni” che i genitali maschili hanno avuto «poca attenzione negli albi divulgativi dell’infanzia», ma «a uno sguardo più attento, ci accorgiamo della vulnerabilità dell’intimità maschile, dei tabù, degli stereotipi sociali e delle immagini tossiche della mascolinità a cui i genitali maschili sono fortemente legati», «l’albo che state sfogliando è pensato per contrastare l’immagine tossica della maschilità e le pressioni sociali ad essa correlate».
Ed ecco qui, a disposizione dei bambini dell’asilo, la fiaba illustrata del piccolo Bruno l’astronauta, che «sorride guardando i suoi genitali che ballonzolano di qua e di là. Prende il pene con le dita, lo solleva e lo abbassa, lo sposta a sinistra poi a destra».
Cari bambini, alcune persone col pene si sentono ragazze, altre una via di mezzo
Tutto bene illustrato e con corredo didascalico, naturalmente: «Nella maggior parte dei casi, chi nasce con un pene si sente un ragazzo. Non tutti, però, alcune persone che hanno un pene sentono di essere ragazze, altre si sentono una via di mezzo tra i due. Ognuno è fatto a modo suo». E poi dicono che il gender sia un’invenzione di qualche fulminato cattolico.
Il libro è tutto uno spiegone ai quattrenni: la punta si chiama glande, la membrana prepuzio. C’è il disegno del pene circonciso, dello scroto, della doccia in bagno col papà (ovviamente nudo pure lui) e della doccia immaginata da Bruno dei suoi compagni di calcio quando saranno più grandi, vecchi, pelosi, con lo scroto rugoso, qualcuno perfino con capelli lunghi e seno. Fino alle immagini delle erezioni: sfiorarsi dà un «brivido molto piacevole» e, col tempo, uscirà un «liquido biancastro e appiccicoso». Il gran finale? Una ridente città dove coppie gay sfilano col pargolo al collo e bambine e bambini allegri fanno la pipì in pubblico mostrando i genitali al mondo. Ciaone pudore.
E dopo la full immersion nel pene, il detox dalla mascolinità tossica
Non chiamatela sessualizzazione precoce, per carità: l’ossessione per i quattrenni alle prese con il quesito amletico del “pene sì, no, forse” oggi si chiama «educazione» e «prevenzione». Bruno l’astronauta ballonzola tra i pianeti del prepuzio, la sua compare Lina l’esploratrice conduce i bambini – con tanto di lente d’ingrandimento – a mappare vulve e coppette mestruali come fossero tesori.
Il cerchio si chiude in un grottesco cortocircuito tra banchi e lettini: all’asilo si educa a scrutare il pene, alle elementari si ambisce a bonificare il maschio dai suoi istinti «tossici» prima ancora che abbia imparato le tabelline. Un tempo si insegnava ai bambini a sollevare lo sguardo e guardare le stelle per sentirsi grandi; oggi gli si insegna ad abbassarlo e fissarsi il glande per sentirsi corretti. Più che “maschi del futuro”, sembrano piccoli pazienti in un reparto di psichiatria ideologica, dove l’unica cosa non permessa è un’infanzia libera dagli onanismi intellettuali degli adulti e da sottotitoli clinici.
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