La famiglia nel bosco e il dogma del “benessere”
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La famiglia nel bosco e il dogma del “benessere”
Il punto non è il bosco, non è il riscaldamento a legna, non sono i vaccini e nemmeno la scolarizzazione – perché a sette o otto anni, suvvia, stiamo parlando di bambini con un ampio margine di recupero, ed è irritante ripetere la solita antifona “E i figli dei rom, allora?”. Non è nemmeno l’isolamento, a meno di non voler credere che l’intera comunità di Palmoli, sindaco compreso, che conosce la famiglia nel bosco e difende «il loro diritto di crescere i figli secondo la propria concezione di vita», soffra di allucinazione collettiva.
Il “problema” della famiglia nel bosco ha un nome e un cognome: Catherine Birmingham Trevallion. Una madre dalle idee certamente discutibili, ma che maltratta i figli? No. Che ne abusa? Nemmeno. Li sfrutta? No. Ha arrecato loro danni irreversibili? Evidentemente no, altrimenti il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila avrebbe optato per la decadenza della responsabilità genitoriale anziché per una tortuosa “sospensione”.
E allora, qual è la colpa di questa madre, che venerdì scorso ha portato i magistrati a decretare la deportazione dei figli in una nuova struttura protetta e il suo immediato allontanamento (procedure che, denuncia lo psichiatra Tonino Cantelmi, perito della famiglia, all’Ansa «hanno il senso di imboccare la strada dell’adozione»)?
Una mamma «ostativa, squalificante»
Dal tribunale e dalla casa-famiglia di Vasto (che “ospita” i tre piccoli e la donna dal 20 novembre) spiegano che Catherine è “ostativa”. Al contrario del padre, Nathan – figura da subito relegata ai margini e oggi improvvisamente ritratto come “collaborativo”, “adeguato”, “necessario” -, lei non sarebbe idonea alla “funzione genitoriale”. La sua colpa è non mettere al primo posto l’astratto “interesse superiore” dei figli. Tradotto: non accetta regole che non condivide, non si fida di chi non le ispira fiducia, non finge una collaborazione che ritiene essere il contrario del bene dei suoi bambini. Nemmeno quando quegli stessi bambini, esasperati, spaccano una persiana per ricavarne bastoni da agitare contro le educatrici. «Catherine è spesso ostile e squalificante, deride i nostri tentativi di trovare un punto di incontro», si legge nell’ordinanza. Il suo peccato capitale è il dissenso.
«Le sofferte e delicate decisioni in materia, e particolarmente quelle incidenti sull’allontanamento dei minori dal contesto familiare non originano mai da posizioni ideologiche o pregiudiziali contro i genitori ma mirano sempre a realizzare il benessere del minore soggetto di diritti», assicurano i giudici, all’indomani del provvedimento di allontanamento. «L’assicurazione della corretta crescita del minore e della serena evoluzione della sua personalità è il principio guida dell’azione giudiziaria degli uffici minorili che viene condotta con attenzione, sensibile partecipazione e coinvolgimento dei soggetti adulti che si pongano in posizione collaborativa». Ma sul “benessere” dei piccoli, dopo aver visto le immagini della cacciata notturna di Catherine – una figlia febbricitante, l’altra aggrappata alle sue gambe in un pianto dirotto e il terzo annichilito – farsi qualche domanda è lecito.
Non solo perché, dopo quattro mesi di mediatizzazione selvaggia, è assurdo sentirsi ripetere che chi «non ha accesso agli atti» mancherebbe di competenza tecnica persino per sollevare questioni legittime; ed è imbarazzante questo feticismo della procedura – usato come scudo contro ogni considerazione di buonsenso. In questa vicenda, infatti, quanto a “corretta crescita” e “serena evoluzione” dei bambini la parola non è stata presa solo da un branco di utenti social a caccia di indignazione facile: la voce degli esperti, al contrario, non è mancata.
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