Anche oggi si può stare faccia a faccia con san Francesco. «Cum grande humilitate»
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Anche oggi si può stare faccia a faccia con san Francesco. «Cum grande humilitate»
A che servono i centenari? A organizzare convegni, a vendere libri, per far due spicci e per «dimenticare un po’ più in fretta», come cantava De Gregori. Ma è brutto che nella banalità della ridda quotidiana, schiacciati nella metropoli assordante, gli ottocento anni dalla morte di Francesco d’Assisi rischino di rimanere il volto del santo sotto il nome di Aldo Cazzullo nel reparto libri dell’Esselunga; e sotto il nome, Francesco, il sottotitolo: Il primo italiano. Passo di fretta con la mia spesa, coi miei bambini arrampicati sul carrello; incrocio con affanno gli occhi che mi scrutano sotto la tonsura, faccio giusto in tempo a pensare: «Il primo italiano? Mi dispiace per te», mentre mi infilo dietro a una signora in cassa che pagherà coi ticket e ci metterà quaranta minuti: intanto mio figlio svaligerà il reparto cioccolatini.
È così: perché mai dovrebbe interessarci ricordare che san Francesco è morto ottocento anni fa? Soprattutto se è morto solo per diventare «il primo italiano»: che gramo destino. Invece, qualcuno che si è fermato a guardare Francesco negli occhi c’è, e vale la pena ritagliarsi il tempo per leggere il libro che ha scritto. Parlo di Davide Rondoni, che è stato nominato dal Consiglio dei ministri presidente del Comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte del santo di Assisi, ma che di Francesco si era già occupato plurime volte in precedenza, da poeta a poeta. La ferita, la letizia (Fazi Editore) è il libro che Rondoni ha dedicato al proprio incontro con Francesco, e il sottotitolo è eloquente: Faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo. Non proprio, o non solo, Il primo italiano, ecco.
L’importanza di fermarsi a guardarlo
Il fatto è che di san Francesco è stato detto e scritto di tutto: la grandezza del personaggio più scandaloso della storia della Chiesa
«possiamo ammirarla, onorarla, sforzarci di comprenderla, indagarla. E possiamo provare persino a diminuirla, a contestualizzarla, come fanno certi storici con l’intento in realtà di irriderla. Oppure possiamo omaggiarla come si fa coi vip […]. E infine possiamo edulcorarla […]. Insomma esaltando o diminuendo si può continuare a non guardarti [Francesco] se pure guardiamo te. Esattamente quello che non volevi».
«possiamo ammirarla, onorarla, sforzarci di comprenderla, indagarla. E possiamo provare persino a diminuirla, a contestualizzarla, come fanno certi storici con l’intento in realtà di irriderla. Oppure possiamo omaggiarla come si fa coi vip […]. E infine possiamo edulcorarla […]. Insomma esaltando o diminuendo si può continuare a non guardarti [Francesco] se pure guardiamo te. Esattamente quello che non volevi».
Rondoni, invece, ha certamente il grande merito di essersi fermato a guardarlo, Francesco. E che altro si può fare con personaggi giganteschi come il Giullare di Dio? Stargli accanto «cum grande humilitate», com’ebbe a scrivere il santo stesso in conclusione del suo Cantico, parlando del modo in cui occorre servire il Signore.
Non c’è Francesco senza Cristo
E cos’ho imparato io, da ciò che Rondoni ha colto fissando lo sguardo su Francesco? Innanzitutto, che il santo di Assisi era un personaggio tremendo e divisivo: non certo il verginello eco-friendly che spesso ci viene venduto, bensì uno che è stato in carcere, e che chiedeva ai suoi confratelli di calpestarlo (letteralmente) per ricordargli che la sua anima era sempre a repentaglio. Uno con cui non doveva essere semplice stare insieme; e tuttavia, uno che si portò dietro mezzo mondo (e non ha ancora finito).
In secondo luogo, un uomo la cui grandezza risiede tutta nel rapporto con un Altro più grande di lui. Spesso ci laviamo le mani lodando l’uomo per dimenticarci dell’Oltre a cui quell’uomo stesso non ha smesso un attimo di indicare, per provare a rappacificarci con la sua strana enormità. Invece no: non c’è Francesco senza Cristo. Non un pensiero-Cristo, ma Cristo-Cristo: Cristo sulla croce e nelle stigmate; la povertà di Cristo, nel senso di riconoscere che ogni cosa ci viene dal Padre e da Lui solo, e a Lui ritornerà.
Il pazzo che chiamava «sorella» la morte
E perciò – terzo – il Signore occorre lodarlo, come Francesco dice nel Cantico: non in disprezzo al mondo, ma stando nel mondo, meravigliandosi e godendo per tutto ciò in compagnia di cui Egli ci ha messo qui. Le pagine più belle del libro di Rondoni sono quelle in cui il poeta forlivese sottomette le proprie parole a quelle del poeta assisiate, aiutandoci a penetrare in modo straordinario e originale nel cuore del Cantico, che se non è la prima poesia della letteratura italiana, resta la prima grande poesia della letteratura italiana.
Il Cantico non è che questo: un ispirato, quanto concreto, canto di lode dell’uomo a Dio mediante ciò che «è motivo/tramite/causa di lode» a Lui: un elenco in cui non smetterà mai di fare scalpore «sora/ nostra morte corporale, da la quale/ nullu homo vivente pò scappare». Quale pazzo chiamerebbe «sorella» la morte? Eppure, chi avrebbe l’ardire di non voler dedicare il proprio tempo ad ascoltare quel fuori di testa?
Infine, ringrazio Rondoni per avermi rivolto la domanda che Francesco ci fa da ottocento anni, proprio la questione decisiva che nel tran tran delle corse all’Esselunga mi perdo via, nel cigolare delle ruote del carrello: «È possibile una vita lieta?». Perché faccio quello che faccio, perché affrettarmi per tutti gli Esselunga della vita, se poi quest’ultima non è lieta, se manca un nesso fra essa e il destino?
Non a caso, il simbolo che san Francesco ci lascia in eredità è il Tau, l’ultima lettera dell’alfabeto ebraico (un’altra cosa che ho scoperto grazie al libro di Rondoni): un segno, cioè, apocalittico, che si ritrova anche nelle catacombe dei primi cristiani a Roma; il «segno esteriore di una vita salvata da un Altro e non dalle proprie forze o virtù. Un segno che esprime la novità della vita legata a Cristo».
E io che pensavo di sapere già tutto
Insomma, così come tutti quelli che “hanno studiato” possono legittimamente parlare di Dante, ma la differenza nel sentirsi spiegare Dante da un professore che vive un’esperienza di fede decuplica il grado di immedesimazione e di comprensione di ciò che viene letto, allo stesso modo tutti possono avere il proprio parere su san Francesco e comunicarlo al mondo, ma non a tutti questi io presterei volentieri il mio orecchio e il mio tempo. Al contempo, nessuno che voglia essere lieto può permettersi di snobbare il santo di Assisi: almeno non quest’anno, che san Francesco ce lo ritroviamo da tutte le parti.
Perciò ottimizzate la vostra ricerca, e leggete uno che ha avuto l’umiltà di mettere sé stesso da parte per guardare e ascoltare il Poverello. Che bello scoprire che pensavo di sapere tutto, e non sapevo niente. Ma soprattutto che bello scoprire che san Francesco non è morto ottocento anni fa, e posso ancora chiedergli di farmi compagnia. «Cum grande humilitate».
Davide Rondoni, La ferita, la letizia. Faccia a faccia con San Francesco, poeta di Dio e del mondo, Fazi editore 2026, 144 pagine, 18 euro.
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