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Il vento di fuoco che spazza l’America
«L’esperienza americana», ha scritto David Foster Wallace in Infinite Jest, «sembra suggerire che, a vari livelli, il bisogno della gente di dedicarsi anima e corpo a qualcosa è praticamente illimitato. Solo che qualcuno preferisce farlo in segreto». Nel profondo della cultura americana, e ancora più intimamente, microfisicamente, in una giovane e rimuginante identità continuamente in fieri, come la linea geometricamente mobile della Frontiera, le cicatrici, il dolore, il mettersi in questione hanno molto spesso disegnato topografie di un fortissimo, magnetico bisogno di vocarsi a una causa, a una idea, a un progetto. La stessa ricerca della felicità, così luminosa e rugginosa al tempo stesso, appare come uno di quei cartelloni neon che nel deserto ebbro di polvere e sole promettono la venuta di Gesù Cristo ma che poi, al massimo, possono darti tenue refrigerio d’ombra. Per gli americani l’arte, sia essa il cinema o la letteratura o la musica, corrisponde non soltanto a una dimensione ...
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