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Il mondo dopo Sanremo

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24.02.2026

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Il mondo dopo Sanremo

Sventurato quel Paese che ha bisogno di polemizzare sul Festival di Sanremo, si potrebbe dire parafrasando Brecht. Oggi inizia la settantaseiesima edizione, e per sua fortuna Brecht non ha mai saputo alcunché del Festival. Divenuto, inesorabilmente, col trascorrere degli anni l’infrastruttura culturale e identitaria d’Italia, rito laico, religione civile e pop, fonte di più o meno artificiali e promozionali polemiche vagamente settate sullo standard politico del momento, il Festival che in apparenza avrebbe dovuto parlare di musica tutto ha fatto fuorché essere considerato un momento davvero musicale. Colpa, o merito, dipende dai punti di vista, di un cordone ombelicale con la Rai e quindi col potere politico.

Sanremo si è trasmutato in uno di quei dispositivi cerulei capaci di apparire fuori dal tempo e dallo scorrere accelerato delle epoche e dei prodigi tecnologici e della lingua dell’evoluzione: ci sono le piattaforme, i social, la musica si è atomizzata e polverizzata in generi dai nomi difficilmente pronunciabili, eppure il Palco dell’Ariston sta là, compunto, compassato, come se non fosse accaduto nulla e come se Elon Musk fosse il meccanico a cui porti a far riparare la Duna.

Il Televoto come il referendum sulla giustizia (vero Forza Italia?)

Le attenzioni da osservare sono le stesse, sempre quelle, i divieti e i tabù rimangono invariati, inalterati; ironia, sì, bene, ma fino ad un certo punto, satira, uguale, sberleffo e trasgressione purché siano clamorosamente finti e questa loro artificialità tronfiamente esibita. La musica, bè, muzak. Ormai da tempo si bada al personaggio, al suo stile di vita, ai suoi flirt, ai suoi baci più o meno rubati.

Si compone il messaggio del Televoto con lo stesso spirito con cui si potrebbe andare a votare al referendum sull’ordinamento giudiziario: questo devono aver pensato dalle parti di Forza Italia, ove hanno evidentemente reputato idea geniale realizzare una grafica postata sui propri canali social dal nome “La nostra squadra al Fantasanremo”, in cui compaiono l’Associazione Nazionale Magistrati, la Schlein, Renzi, Giuseppe Conte e altri, tutti associati a un qualche successo musicale sanremese.

Devo essere cristallino e trasparente. Non credevo, nemmeno nei miei più fervidi sogni psichedelici che saremmo arrivati a questo punto. Tanto ciò vero che nella prima stesura di questo pezzo mi ero detto, quasi un po’ fiducioso nei confronti del genere umano, che «se devo essere sincero mi stupisce e mi indigna che nessuno abbia ancora collegato Sanremo e il referendum». Chiusa la frase, mi collego a X, mi imbatto nel post, vedo evaporare la fiducia nel genere umano e rimetto mano al pezzo, sconsolato.

Un Festival che va avanti per inerzia

Alla lunga però, e qui un barlume di speranza torna a far capolino, il tempo che è trascorso inesorabile mostra al mondo, sotto la luce tufacea del presente, la realtà zombieficata e grida ai quattro venti che si sta adorando e forse avendo compassione di un cadavere. Un cadavere, già.

Perché il Festival ormai va avanti per moto inerziale, semplicemente perché ci appare non-immaginabile un mondo privo del Festival stesso, un po’ come quei tabagisti che devono ballonzolarsi tra le dita una sigaretta finta quando cercano di smettere di fumare e hanno necessità, per non perdersi nel vuoto, di quel simulacro.

Come sarebbe un mondo senza Festival di Sanremo? Me lo figuro benissimo, ma sono del pari consapevole di rappresentare una sparuta minoranza, e non per malcelato snobismo intellettuale. Semplicemente, drammaticamente, non me ne è mai fregato nulla. Non è la mia musica, non sono i miei comici, non sono i miei ritmi. Del pari, non sono così snob da dire che il Festival non abbia una sua valenza, una sua rilevanza e un suo peso, eccomi qui a scriverne infatti.

Per parlare di Sanremo ci manca un Labranca

Per trarre qualcosa di davvero buono dai layer geologici e semiotici del Festival, servirebbero un David Foster Wallace o un Mark Fisher, ma pure loro come Brecht non hanno mai avuto idea di cosa fosse questo Festival. E per colmo di sfiga, l’unico italiano in grado di addolcire la pillola e di guardare a quel palco, a quel trucco, a quelle luci, a quelle parole, con speleologico interesse è morto ormai da tempo: Tommaso Labranca.

Per Labranca, il palco dell’Ariston rappresentava l’Agartha del kitsch, la Silicon Valley del trash, il centro di irradiazione di un gusto popolano e sdrucito che avrebbe determinato l’emersione del neoproletariato. In fondo, ne sapeva e non solo per finezza d’analisi: lui stesso aveva operato in quelle malmostose e fiorite ombre, accompagnandosi sul finire degli anni Novanta ad Orietta Berti, madrina di quel pop sdolcinato, rassicurante, etereo che rappresenta l’incarnazione zodiacale perfetta del Festival.

Il kitsch divenuto lessico politico

Chissà cosa ne direbbe oggi Labranca di Pucci e delle polemiche su Pucci. Chissà cosa direbbe di un Paese ridotto a polemizzare, in mancanza di un livello di trash superiore, e ad attaccarsi a questi flebili bargigli, quando invece c’è un Fabrizio Corona Unchained che promette sfracelli il 2 marzo, una apocalisse gnostica tra il politico e il pop.

Perché in effetti ormai, sottoposti a bulimico stillicidio di un kitsch divenuto lessico politico, abbiamo bisogno di virate polemiche di un certo tipo, di un certo tono, di una certa qualità, non della solita solfa “egemonia culturale” che poi va a cadere su Pucci.

Non è nemmeno questione di comicità sgradita o ruspante o, Dio perdonami, “politicamente scorretta”, ormai reddito di cittadinanza di falliti che si ritengono ostracizzati nella loro genialità da complotti mondiali: d’altronde ho riso molto di più guardando Platoon o Il nome della Rosa rispetto a uno spettacolo di Pucci che ho scoperto essere un comico giusto per la citata polemica.

Le “battute” di Pucci e le polemiche

Le sue battute possono suscitare polemiche solo in un Paese finito come l’Italia, dove il Pd addirittura tuona in Commissione di vigilanza e gli esponenti del governo non hanno perso occasione per salire sul giro di giostra della polemica.

Io trovo molto più comico Gianluca Gazzoli che nel suo podcast affronta e tratta chiunque, da un professore di Harvard a un serial killer, come se avesse davanti lo zucchero filato di un Luna-Park iridescente. Quel genere di stupore metafisico e addormentato che ti fa sospirare e domandare a te stesso “ma che cazzo sto guardando?”. «Minchia», «che storia», «bada», sia che l’ospite illustri un tour mondiale a Chicago o una scappatella in un cimitero, esponga una teoria sull’intelligenza artificiale o confessi una strage.

E poi, diciamocela tutta, ha ragione Cruciani ad attaccare Pucci che ha fatto il passo indietro. Sarai stato offeso, criticato, quel che ti pare, ma un paio di palle sarebbe il caso di farsele crescere ogni tanto. Al confronto Pio e Amedeo sono diventati il Generale Cambronne.

Il mondo dopo Sanremo

Viene da sperare che se questo è il livello del dibattito sul Festival, con l’aggiunta del solito cartellino anti-israeliano timbrato in questo caso da Levante e che però per onor di cronaca non è fregato praticamente a nessuno, anche perché per come l’ha messa potrebbe dirsi che se la sia chiamata da sola la sfiga, il Festival stesso sia ormai giunto al suo capolinea.

Esangue e grigino, corpo di spettacolo zombieficato, crepuscolare, con un Carlo Conti che annuncia, ancor prima di iniziare, che questa sarà l’ultima sua conduzione. Clima da sbaraccamento, da truppe in ritirata, da memorie dettate nel cupo del bunker, mentre attorno tutto crolla.

Un po’ come quelle spiagge invernali di Rimini, coi gabbiani a volo basso, la sabbia alzata a mulinello dal vento che odora di salsedine e di tristezza, il cielo plumbeo e un malinconico silenzio tutto attorno. E uno sguardo a rimirare la linea d’orizzonte, rimpiangendo infinite giovinezze e possibilità che sono ormai evaporate, mentre alle spalle il portiere d’albergo grida “signore, il suo bagaglio!”.

Un po’ Tondelli, un po’ Mia Martini, il Festival di Sanremo si eclissa, e con esso la politica, la Rai, le polemiche idiote, i comici che si sentono Lenny Bruce ma che al massimo, se proprio va di lusso, sono il Bagaglino. Come sarà il mondo dopo Sanremo? Forse ce lo potranno dire i fisici, gli storici e i premi Nobel, quando avranno finito di umiliarsi con geopolitica e ordinamento giudiziario.

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