menu_open Columnists
We use cookies to provide some features and experiences in QOSHE

More information  .  Close

Birra del Borgo, un marchio acquistato per farlo sparire?

2 0
23.09.2026

AB InBev e Birra del Borgo: da una parte Anheuser-Busch InBev, multinazionale della birra con sede a Lovanio, in Belgio; dall’altra un birrificio nato nel piccolo Comune di Borgorose, 4.500 abitanti in provincia di Rieti, che dà lavoro a 25 persone e sostiene altrettante famiglie. Se il primo nome non vi dice molto, vi basta aprire il frigo: se dentro trovate una Beck’s, una Bud o una Corona, AB InBev è sulle vostre tavole da tempo.

Quello che forse non sapete è che da dieci anni anche Birra del Borgo fa parte dello stesso gruppo, attraverso Birra del Borgo S.r.l. Anche se, secondo i lavoratori, dal 2022 la multinazionale avrebbe via via ridimensionato attività e prospettive del birrificio, fino ad arrivare a oggi, che si parla di chiusura.

Per capire che cosa succede a un piccolo marchio quando arriva quella parola, “acquisizione”, sono andata a chiederlo direttamente a loro: i lavoratori. Venerdì 11 settembre si sono riuniti in piazza Gae Aulenti a Milano, davanti agli uffici di AB InBev che apparivano deserti, per chiedere risposte sul loro futuro, sui licenziamenti annunciati e sulla possibile cessione del birrificio ad altri soggetti interessati.

Una corsa contro il tempo che, nel momento in cui scriviamo, ha una data che ha il sapore di una sentenza. A seguito di un incontro tra azienda, Regione Lazio e sindacati che si è tenuto il 14 settembre, si è infatti confermato che il 17 settembre scade la procedura di licenziamento collettivo avviata il 30 giugno.

Durante l’incontro, come ci ha spiegato Antonio Del Brocco di FLAI CGIL, “l’azienda ha migliorato la propria proposta economica per accompagnare le uscite, prevedendo incentivi all’esodo articolati in tre fasce di anzianità, compresi tra 8 e 14 mensilità”. Una proposta rispedita al mittente, così come è stata respinta dall’azienda quella avanzata dalla Regione Lazio: un anno di cassa integrazione straordinaria per provare a costruire un’alternativa alla chiusura. Previsto un altro incontro proprio il 17, sempre in Regione, ma se la posizione non cambierà così come sembra, “dal 18 settembre siamo pronti a occupare lo stabilimento”.

Per dovere di cronaca, anche noi della redazione abbiamo contattato l’azienda via email, ma finora non abbiamo ricevuto risposta. Nel frattempo abbiamo parlato con i lavoratori, che ci hanno aiutato a ricostruire che cosa è successo in questi anni, e in particolare in questi mesi. E, soprattutto, come si sia arrivati a prospettare la chiusura di un birrificio diventato uno dei marchi più conosciuti e premiati del settore.

La storia affonda le sue radici nel 2005, quando nasce il birrificio, che cresce negli anni in cui in Italia esplode il fenomeno della birra artigianale. Quando AB InBev l’acquisisce nel 2016, il progetto sembra infatti andare nella direzione opposta rispetto a quella attuale: ce lo racconta Matteo De Vita, responsabile dell’area operativa della Tap room, il pub del birrificio che funziona anche come spaccio aziendale.

“L’idea era di passare da 15.000 ettolitri a 50.000 ettolitri. Per la multinazionale significava anche poter avere un sito produttivo in Italia e poter contare su una birra italiana da portare verso una distribuzione più ampia”. Un marchio artigianale che, per via dell’acquisizione, perde proprio la caratteristica dell’artigianalità: secondo la legge italiana lo è quando la birra è prodotta da un piccolo birrificio indipendente, legalmente ed economicamente autonomo da qualsiasi altro........

© SenzaFiltro